La complessità del senso
23 06 2017

L’intrepido

film_lintrepidoL’intrepido
Regia Gianni Amelio, 2013
Sceneggiatura Gianni Amelio Davide Lantieri
Fotografia Luca Bigazzi
Attori Antonio Albanese, Livia Rossi, Gabriele Rendina, Alfonso Santagata, Sandra Ceccarelli

Un Amelio “intrepido” (non l’aggettivo, ma l’antico giornalino per i ragazzi di cui il regista è stato appassionato lettore) racconta il dolore di vivere oggi – a Milano, ma in tanti altri luoghi – con tratto lieve e con animo ultrasensibile, spirito ironico e sorriso sotto pelle, tale da non lasciare mai tutto il campo alla tristezza e tuttavia anche seguendo per alcuni tratti il velo delle attrazioni sentimentali, fino a sfiorare il tragico. Con la sincerità diretta del bambino che dice la verità sul mondo così come lo percepisce, lo sente, lo annota, lo ricorda e lo ritrasmette; con una poesia della memoria “immediata”, non generica, non referenziale, ma interiore, interna al linguaggio, alle scelte formali, all’uso del montaggio che stacca i tempi e gli angoli delle inquadrature infilando sequenze da togliere il respiro, in un narrare “scoperto” per quanto ricco di possibili rilevanze metaforiche. Un film complesso e tutt’altro che “leggero” quale può sembrare alla prima visione. Il sorriso di Albanese, grande protagonista, non tragga in inganno: è per non morire. Nella parte di Antonio Pane, l’attore si prende il carico di una proposta di lettura a più livelli, fornendo  l’immagine di una vita definita da un insieme di figure e di momenti dell’esistere/resistere faticoso e consapevole, in un mondo dove tutto sembra sfavorevole a chi non sia rassegnato all’indifferenza. Antonio ha la forza di sopportare, forse non solo per lui quel suo modo di accettare l’abissale precarietà quotidiana può essere la sola via per farcela. Lasciato dalla moglie ambiziosa (Sandra Ceccarelli), s’è ritrovato ad adattarsi a qualsiasi lavoro di rimpiazzo, ogni giorno e perfino ogni ora diverso: manovale nell’edificio in costruzione, maschera per i bambini nel centro commerciale, cuciniere nel ristorante, attacchino di manifesti nella città di notte, conducente di tram, operaio della squadra di pulizie nello stadio lasciato vuoto dopo la partita e via dicendo… Ma non solo i mestieri, anche le persone. La metropoli – un paesaggio grigio/blu alienante come un film di Antonioni (grande artista Bigazzi) – le conserva nel “silenzio” amaro che ne attutisce le sofferenze, le presenta al sorriso disponibile del protagonista senza alcuna pretesa di redenzione, soltanto cogliendo in esse la traccia evanescente di un momento disperato – di Silvia (Livia Rossi al debutto), ragazza destinata a sparire, Antonio quasi s’innamora -, o riscattando il loro valore estetico in forma di musica – il figlio di Antonio (Gabriele Rendina anch’egli al primo film) è anima creativa e trova nel sax tenore il fiato per raccogliere del padre un alito di sopravvivenza finale, superando il panico che lo attanaglia con l’esecuzione di Nature Boy, a chiudere il film. L’ultima inquadratura è per il volto di Albanese, ci guarda chiedendo comprensione: sa che non tutti sono nati spettatori del cinema italiano che non c’è più, per esempio Vittorio De Sica. Non tutti prenderanno al volo l’occasione di cogliere, in quella Milano, il miracolo rovesciato di un secolo andato in frantumi.

Franco Pecori

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5 settembre 2013