La complessità del senso
03 04 2020

Underwater

Underwater
Regia William Eubank, 2019
Sceneggiatura Brian Duffield, Adam Cozad
Fotografia Bojan Bazelli
Attori Kristen Stewart, Vincent Cassel, Jessica Henwick,  T.J. Miller, John Gallagher Jr., Mamoudou Athie, Gunner Wright, Fiona Rene, Amanda Troop.

Com’è profondo l’oceano. Quale oceano? Non ha importanza, il riferimento generico induce a considerare l’idea, a colpire l’immaginario, a definirne “infiniti” i margini. Il 95% del fondo degli oceani è inesplorato. “Speriamo che non sia una roba da 20 mila leghe sotto i mari”, si augura uno dei protagonisti. Tra thriller e horror, siamo a far compagnia a un gruppo di scienziati nella gigantesca stazione mineraria Kepler. Viene utilizzata “la trivella più potente al mondo”. Il 95% del fondo degli oceani è inesplorato. L’impianto sottomarino è scosso da un terrificante sommovimento proprio mentre stiamo prendendo contatto con gli ambienti ristretti nei quali gli operatori passano a turno interi mesi. La prima figura è di Norah Price (Kristen Stewart, la Bella Swan di Twilight!), ingegnera meccanica, sorpresa al risveglio dal tremendo sommovimento da cui l’avventura di sopravvivenza dell’intera équipe. Il personaggio, fisicamente prestante per il tipo di azione cui dovrà far fronte, contiene anche una dimensione “interiore” che scopriremo man mano e che accentuerà il carattere “umano” della decisione finale. Pronto al sacrificio, il generoso e riflessivo Lucien, il “Capitano” (Vincent Cassel), guiderà il gruppo nell’esplorazione sottomarina, quando sarà necessario indossare le speciali tute nel tentativo di raggiungere la salvezza. Sul versante anche “sentimentale” la studentessa di biologia marina, Emily (Jessica Henwick). Smith (John Gallagher Jr.), direttore delle operazioni, l’aiuterà a superare i momenti più difficili. Il responsabile dei sistemi è Rodrigo (Mamoudou Athie). Saprà tener conto anche del lato nascosto della storia, soprattutto di Norah. E non poteva mancare lo “spiritoso” del gruppo, il saldatore Paul (T.J. Miller), capace di rendere umoristiche le situazioni più estreme. Al di là dei personaggi, il racconto è sostanziato dalle immagini catastrofiche della prima parte e – dopo un “intervallo” in cui prevale un senso di suspence per il destino che incombe sui protagonisti nell’immersione letterale e totale che li fa prigionieri di una soffocante “profondità” abissale – da un lunghissimo finale che comincia quando ci siamo dimenticati del sommovimento d’apertura e ci stiamo chiedendo se Noah e compagnia riusciranno mai a rivedere il cielo. Qui s’innesta la seconda dimensione generica, della mostruosità. E siamo agli strani esseri dall’aspetto gigantesco e “mai visto”. Un’enorme piovra sembra ribellarsi alla visita degli umani laggiù dove nessuno si era mai avventurato. L’impressione è che soltanto il coraggio, diciamo la dimensione “interiore”, saprà dominare il pericolo misterioso che viene dal fondo. Natura, scienza e morale in un misto non limpidissimo, che tuttavia ci lascia riflettere sulla nostra futura capacità di controllo universale. Laggiù sul fondo c’è una vecchia stazione abbandonata, la Roebuck, che forse si riuscirà a raggiungere per restare vivi. È ciò che conta, pazienza per un certo senso di già-visto che, in immagine, ci viene dalla mostruosità dell’ignoto tentacolare.

Franco Pecori

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30 gennaio 2020