La complessità del senso
17 10 2017

150 milligrammi

film_150milligrammiLa fille de Brest
Regia Emmanuelle Bercot, 2016
Sceneggiatura Séverine Bosschem, Emmanuelle Bercot, Romain Compingt
Fotografia Guillaume Schiffman
Attori Sidse Babette Knudsen, Benoît Magimel, Charlotte Laemmel, Isabelle de Hertogh, Lara Neumann, Philippe Uchan, Patrick Ligardes, Olivier Pasquier, Gustave Kervern, Pablo Pauly.

Nel 2009 a Brest, città bretone sulla  costa occidentale francese. Dalla prima sequenza intuiamo quale sia il carattere di Irène Frachon (Sidse Babette Knudsen). Peumologa, la dottoressa esce da un bagno ristoratore nel Mare Celtico e di corsa s’infila in ospedale dove in sala operatoria l’equipe del Prof. Antoine Le Bihan, sta operando un paziente il cui cuore è gravemente danneggiato. E siamo nel pieno del problema. Il sospetto è che il farmaco antidiabetico Mediator (benfluorex il nome della molecola) sia colpevole di un grave effetto collaterale, lesiona le valvole cardiache. Il medicinale della casa farmaceutica Servier è da 30 anni largamente usato per ridurre la fame e quindi contro l’obesità, si tratta di denunciarne la pericolosità e di toglierlo dalla circolazione. La storia è vera e scandalosa. L’interpretazione artistisca è molto efficace, per merito della straordinaria prova della Knudsen e anche per la regia di Emmanuelle Bercot (Gli infedeli 2012, A testa alta 2015). L’attrice rende profondamente credibile il personaggio di una donna medico consapevole, la quale in tutta coscienza e con tutta l’energia (non poca) di cui dispone si impegna a fermare la diffusione del pericoloso Mediator, contro l’industria farmaceutica e anche contro i responsabili della Sanità. La regista trova il giusto equilibrio tra un uso “documentario” del materiale a disposizione e la drammatizzazione umanistica della vicenda, guardando con occhio partecipe e ciascuna al proprio livello le figure coinvolte nella vicenda. Irène la vive a tutto tondo, anche come madre di famiglia, prendendo energia e offrendone altrettanta a tutte le persone che ha vicino a sé. Dovrà combattere battaglie durissime contro gli evidenti interessi contrari all’indagine che dimostrerà la fondatezza del sospetto scientifico, impegnandosi anche in campi che non sono normalmente i suoi, come il rapporto con i mezzi d’informazione. Nella lotta legale non si perderà d’animo e saprà contenere le componenti emotive e affettive, per la difesa della salute dei pazienti. Le cifre che man mano emergono dalle ricerche e dai ripetuti controlli sono impressionanti – 900 il numero dei morti è il dato non definitivo – e contribuiscono a tener desta l’attenzione dello spettatore, in una dimensione anche thriller del racconto. Un aspetto importante per lo spettacolo, ma non utilizzato in alcun momento – merito  non da poco della Bercot – in maniera accattivante e/o generica. La tensione non viene meno nonostante il film sia intessuto di dati e nozioni tecniche. Esplicito, se mai, è l’invito agli studenti e ai giovani che si affacciano nel mondo difficile della medicina e della farmacologia a porre le proprie capacità e la propria indispensabile generosità al servizio dei malati. Vi sono tratti, è vero, in cui Irène rischia di vedersi sopraffatta dal rischio narcisista o dall’ambizione del protagonismo, ma la donna resiste bene e trionfa. Se il sistema è corrotto – dice apertamente – spetta a noi medici correggerlo. Prima alla Festa del cinema di Roma e ora nelle sale del normale circuito, un film meritevole di seria attenzione, sul filo di una coraggiosa qualità, non molto dissimile da lavori come Il caso Spotlight (Thomas McCarthy, 2015).

Franco Pecori

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8 febbraio 2017