La complessità del senso
27 09 2020

Ema

Ema
Regia Pablo Larrain, 2019
Sceneggiatura Guillermo Calderón, Pablo Larraín, Alejandro Moreno
Fotografia Sergio Armstrong
Attori Marianna Di Girolamo, Gael García Bernal, Santiago Cabrera, Paola Giannini, Cristián Suárez, Giannina Fruttero, Josefina Fiebelkorn, Mariana Loyola, Catalina Saavedra.

Ema (Mariana Di Girolamo) è ballerina e insegna a scuola Espressione corporea. Con il gruppo sperimentale guidato dal marito coreografo, Gastón (Gael García Bernal), la giovane danzatrice si sfrena in improvvisazioni di reggaeton su scena variabile, in interni e in diversi punti della città (siamo in Cile, a Valparaíso). L’impulso creativo alla libertà del corpo trova un impatto problematico nel destino cercato, non voluto, o profondamente voluto, che segna un brutto stop nella coppia. Si tratta del fallimento dell’adozione di Polo (Cristián Suárez) – nome non poco simbolico -, bambino del quale Ema non riesce a divenire madre né Gastón padre, tanto che viene riconsegnato all’assistenza sociale.  Il seguito del film apre, non in modo lineare, un pacco tematico che non basterà definire entro i limiti di una disfunzionalità della famiglia, tipica del nostro tempo. Basti pensare alle ricorrenti immagini incendiarie, non-casuali ed espressivamente spettacolari quanto provocatorie, che richiamano ad una discordanza astratta e insostenibile dei protagonisti – soprattutto Ema – rispetto ai parametri socioculturali che recintano la “normalità” dei legami, dei comportamenti, dei sentimenti e delle scelte d’insieme. Il cileno Larrain cambia faccia, o meglio sembra mostrare l’altra faccia del problema Jackie: allora (2016) l’ordine giusto della First Lady al traguardo di un tracciato intimo e insieme istituzionale, immerso nel destino tragico, ora (2019) il miscuglio come risultato in progress, come continuità aperta nel tessuto dei sentimenti, delle sensazioni, delle estetiche del vivere “liberamene”. Nella verifica e ridiscussione continua – libera in questo senso – delle pulsioni relativamente al dato delle leggi usuali, libertà della danza e limite forzato della procreazione («Sei un preservativo umano, non mi darai mai un figlio», dice Ema a Gastón), tensioni mancate al traguardo di una raffigurazione/inseguimento, compongono un annaspare disperato e utopico a forma di astrazione comportamentale e figurativa: fiamme incendiano oggettualità ridefinibili, scambi di piacere rintracciano sessualità in-formali e, in definitiva, disagi si espandono nel quadro ancora restrittivo di una convivenza generale “insufficiente” – salvo poi a ricomporsi in una sequenza finale che lascia di stucco lo spettatore, fin lì spinto a riformulazioni e aperture ma infine rinchiuso nella recinzione neocompositiva di certezze antiche: spettacolare (in-degno) il carrello geometrico nella Casa accogliente, con due donne, due uomini, un bambino e una bambina. Presso un benzinaio, ancora una tanica viene riempita, ma vuoi vedere: non basterà. [Passato in concorso a Venezia 2019. Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI]

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2 settembre 2020