La complessità del senso
17 07 2019

Una notte di 12 anni

La noche de 12 años
Regia Álvaro Brechner, 2018
Sceneggiatura Álvaro Brechner
Fotografia Carlos Catalán
Attori Antonio de la Torre, Chino Darín, Alfonso Tort, Soledad Villamil, Silvia Perez Cruz, César Troncorso, Mirella Pascual.

“El pueblo unido, jamás será vencido”. Quilapayún, Inti-Illimani, Banda Bassoti, 99 Posse e perfino Claudio Baglioni. Non è male tornarci su. La canzone per l’Unitad Popular e per il presidente cileno Salvador Allende, contro la dittatura del generale Pinochet, chiude il film di Álvaro Brechner sulla tortura disumana durata 12 anni, dal settembre 1973 nell’Uruguay oppresso dalla dittatura militare. Al suo terzo lungometraggio – dopo Bad Day to Go Fishing 2009, presentato alla Settimana della Critica di Cannes, e dopo Mr. Kaplan, candidato all’Oscar 2015 tra i film stranieri – il regista uruguaiano (Montevideo, 1976) e madrileno di adozione ci rinfresca la memoria sui Tupamaros, Movimiento de Liberación Nacional operante in Uruguay negli anni Sessanta e Settanta. Impegnato nella guerriglia urbana secondo princìpi del marxismo-leninismo, il movimento subì una feroce repressione. Gli esponenti di spicco furono catturati e messi in carcere dai militari. In particolare, il film segue da vicino la sorte di tre di loro, José Mujica (Antonio de la Torre), Mauricio Rosencof (Chino Darín) e Eleuterio Fernández Huidobro (Alfonso Tort). Brechner evita di oltrepassare il limite della discrezione ma non si ferma a una rappresentazione generica delle sofferenze inflitte ai prigionieri. Le immagini non rischiano mai forme di “o-scenità”, né sul piano estetico né sul versante morale. La grande forza delle tre figure protagoniste emerge proprio dal loro fermo contegno, grazie al quale José, Mauricio e Eleuterio riescono a resistere con mente lucida soprattutto al pericolo di restare prigionieri di se stessi, della propria mente. Rinchiusi in orribili spazi di isolamento, in condizioni animalesche, tenuti all’oscuro della sorte che li attende e continuamente legati e incappucciati, traferiti di tanto in tanto dal un luogo segreto all’altro, i tre rischiano di restare schiacciati da momenti allucinatori e annullati  nella perdita del pensiero. Di sequenza in sequenza emerge la folle, stupida malvagità degli oppressori. La regia non tralascia di cogliere, pur nella ferocia del sistema rappresentato, segni di luce interiore, la possibilità estrema di un guizzo della ragione e del sentimento, di un recupero della sostanza umana dalla sua stessa condizione negativa. E resta tale la sostanza del film. Nel racconto non trovano posto didascalie “politiche”, Brechner ne fa a meno, a costo di rischiare il messaggio univocamente “umanitario”. In coda al film, dopo la canzone simbolo, veniamo a sapere che, quando alla terribile lunga notte seguirà finalmente un nuovo giorno, José Mujica diverrà Presidente dell’Uruguay, Eleuterio sarà ministro della Difesa e Mauricio seguirà il suo destino di scrittore. Li ha salvati, forse, l’intelligenza di comunicare tra loro attraverso i muri, battendo con le dita un rudimentale ma ingegnoso alfabeto. Al dunque, la Storia non ci esclude fino in fondo mai. [Venezia 2018, Orizzonti]

Franco Pecori

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10 gennaio 2019