La complessità del senso
18 12 2017

L’ultima ruota del carro

film_lultimaruotadelcarroL’ultima ruota del carro
Regia Giovanni Veronesi, 2013
Sceneggiatura Giovanni Veronesi, Ugo Chiti, Filippo Bologna, Ernesto Fioretti
Fotografia Fabio Cianchetti
Attori Elio Germano, Alessandra Mastronardi, Ricky Memphis, Sergio Rubini, Virginia Raffaele, Alessandro Haber, Ubaldo Pantani, Francesca Antonelli, Maurizio Battista, Francesca D’Aloja, Massimo Wertmüller, Elena Di Ciocco, Luis Molteni, Dalila Di Lazzaro.

Ímpari. Una lotta senza molte speranze di vittoria, combattuta con le armi improprie della simpatia e dell’ironia – armi non efficaci se disvelate e dichiarate senza mezzi termini. La benevola trasparenza delle battute critiche, in appoggio alle traversie del protagonista e contro il “fatale” trionfo della volgarità e dell’intrallazzo, sempre a scapito dell’”ultima ruota del carro”, lascia trapassare decenni di vita italiana e la ripetuta sconfitta del sincero compagno di giochi e dell’onesto lavoratore, dell’ingenuo partecipe all’evoluzione dei tempi. Dal 1967 ai pieni anni Settanta e fino alla “cacciata” di Craxi e al sorridente trionfo di Berlusconi e oltre, il destino di Ernesto Marchetti (Elio Germano) è sempre nelle mani dei più furbi e smaliziati, a lui non resta che prendere gli avanzi del bottino dei profittatori. E meno male che la vita umile gli riserva un amore sincero (Angela, un’Alessandra Mastronardi casalinga neorealistica) e un figlietto nato da quell’amore – non importa se poi, rimasto senza un bel niente, non s’accorge nemmeno di aver vinto al gratta e vinci. Sono i nostri anni? Nel solco della commedia italiana, Giovanni Veronesi (prima sceneggiatore di Nuti, Oldoini, Pieraccioni, De Sica, Verdone, Ceccherini) e poi regista di film di successo, da Per amore solo per amore (1993) a Manuale d’amore (2005) e Genitori & figli: agitare prima dell’uso(2010), mantiene una sua cifra di stile dignitoso, spirito non greve, sguardo sul panorama dei modi di dire e di fare che segnano il nostro quotidiano.  Qui la scelta di Germano per il personaggio principale e simbolico di un’intera epoca lo porta a qualche sottolineatura in più (film girato “svelto” ma lungo), gradita alle doti dell’attore, bravo a “crescere” da ragazzino a nonno mantenendo un grado di “molleggiamento” spontaneista degno della “realtà” che è chiamato a rispecchiare. Mentre la sua maschera, di decennio in decennio, si adatta agli aventi, la non minore elasticità di Ricky Memphis (Giacinto) risponde all’ottimismo opportunista del tipo “godiamoci la vita”: facciamo quel che si può, senza particolare cattiveria e con indifferenza, quasi con generosità, andiamo incontro al futuro, fino in Cina.  E’ Giacinto, il compagno di giochi che da ragazzini al campetto di calcio non passava mai la palla, a incoraggiare Ernesto verso l’evoluzione “naturale” da garzone schiavizzato dal padre a trasportatore in proprio e poi “socio” (finto) di una società di affari dal profilo incerto. Nel corso degli anni, Ernesto viene a contatto con la “bella vita” degli intrallazzatori un po’ corrotti (Sergio Rubini, sempre un po’ caricato) e dei falsi nobili amanti dell’arte, purché i quadri siano grandi e occupino tutta la parete (gustoso il personaggio del “maestro” Alessandro Haber). Ma sostanzialmente la sua vita non cambia, perché lui è un “buono” e romanista (la fede calcistica è un punto essenziale) dalla nascita. E così resterà simpatico, divertente e in qualche momento perfino commovente, di quel tanto che basterà a sfondare col pubblico, quel pubblico, anche di elettori, il cui assenso alla visione critica di un certo socialismo italiano viene dato evidentemente per scontato, visto che il film dovrà piacere a quanti più possibili acquirenti del biglietto. Certo, se veramente dovesse essere così, se quell’assenso potesse rispondere alla realtà, le cose per l’Italia potrebbero anche, finalmente, mettersi meglio. Fuori concorso al Festival Internazionale del Film di Roma, 2013.

Franco Pecori

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14 novembre 2013