La complessità del senso
22 01 2020

Il traditore

Il traditore
Regia Marco Bellocchio, 2019
Sceneggiatura Marco Bellocchio, Valia Santella, Ludovica Rampoldi, Francesco Piccolo
Fotografia Vladan Radovic
Attori Pierfrancesco Favino, Luigi Lo Cascio, Fausto Russo Alesi, Maria Fernanda Cândido, Bebo Storti, Fabrizio Ferracane, Nicola Calì, Giovanni Calcagno, Bruno Cariello, Bebo Storti, Vincenzo Pirrotta, Goffredo Maria Bruno, Gabriele Cicirello, Elia Schilton, Alessio Praticò, Pier Giorgio Bellocchio, Rosario Palazzolo, Antonio Orlando, Ada Nisticò, Federica Butera, Marco Gambino,  Federica Butera, Ludovico Caldarera, Marco Gambino, Nunzia Lo Presti.

“Alla fine si muore e basta”. Lo dice Falcone, il giudice, prima di saltare in aria e lo dice Buscetta, il mafioso, morto come voleva nel suo letto (2 aprile 2000). Non c’è vita fuori dalla mafia, se la mafia non muore. E non è morta. Non v’è catarsi nel film di Bellocchio, non v’è nemmeno un’uscita finale, come era stato per la fine di Moro (Buongiorno, notte 2003). Masino fugge in Brasile e gli tocca tornare in Italia, a farsi processare. Di poche parole e di gesti contenuti (grande interpretazione di Pierfrancesco Favino), in epoca di pentiti, ci tiene a dire a Falcone ( Fausto Russo Alesi): “Non sono un pentito”. Si stringeranno la mano. L’inquadratura in dettaglio è da cinema classico. Il tema del “tradimento” resta nell’aria, tragico. Soltanto, il teatro non è greco, è l’aula bunker del maxiprocesso, 1986. Il Boss dei Due Mondi non si giustifica, non sopporta il cambiamento dalle sigarette alla droga e allo sterminio delle famiglie concorrenti. Riina preferisce marcire in carcere purché gli riesca il massacro fino in fondo, Buscetta ama le donne e le mogli (la terza è Cristina – brava Maria Fernanda Cândido). Non c’è progressione, c’è una successione di date e di numeri che il regista sovrascrive sullo schermo “testimone”. Due altre interpretazioni di rilievo sono di Fabrizio Ferracane (Pippo Calò) e Luigi Lo Cascio (Totuccio Contorno), presenze che però non alterano il tono riflessivo del racconto. Sicché ci arriva un dolore, ci nasce una rabbia, non tanto per la messa in scena dei detenuti al processo, quanto per la successiva bravura dell’avvocato Coppi nel demolire l’attendibilità del “traditore” in funzione della salvezza del proprio assistito, il divo, il quale accanto a lui prende appunti col suo pennone, bocca serrata, attonito all’apparenza. Non c’è il tentativo – si poteva anche aspettarselo – di umanizzare di più il ruolo di Favino, ma saremmo finiti a trascurare la gravità del tema. Bellocchio lascia vivere il suo attore in scena, a patto che la scena resti tale, priva di naturalismi. E l’attore risponde senza alzare la voce, senza regalarsi uno sguardo in più. Ci dà così il modo di non intaccare la gravità, ci raccomanda la pazienza della comprensione, ma più verso l’interrogativo irrisolto, verso la giusta e progressiva possibilità di contestualizzare. [In concorso a Cannes 2019]

Franco Pecori

 

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23 maggio 2019