La complessità del senso
22 06 2017

Nymphomaniac Vol. 1

film_nymphomaniac_parte1Nymph()maniac Vol. 1
Regia Lars von Trier, 2013
Sceneggiatura Lars von Trier
Fotografia Manuel Alberto Claro
Attori Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Christian Slater, Jamie Bell, Uma Thurman, Willem Dafoe, Mia Goth, Sophie Kennedy Clark, Connie Nielsen, Michaël Pas, Jean-Marc Barr, Udo KIer, Nicolas Bro, Hugo Speer, Jens Albinus, Felicity Gilbert, Tabea Tarbiat, Tania Carlin, Jesper Christensen, Ivan Pecnik, Shanti Roney, Severin von Hoensbroech.

«Non riesco a sentire niente». Neanche noi. Forse per motivi diversi dalla protagonista, ma l’esito è analogo, il messaggio è freddo. Il racconto di Joe (Charlotte Gainsbourg), riferito alla propria ninfomania, passando allo spettatore, si traduce per forza di cose – siamo al cinema e prima ancora siamo al mondo – sul parametro estetico della trasmissione emozionale. Al dunque, il film si riduce a un ventaglio semplificativo di illustrazioni sul tema psicoanalitico. La scansione in 5 capitoli (La pescatrice esperta, Jerôme, La Signora H, Delirio, La Scuola di Organo) prende le mosse da un incontro occasionale che produce la curiosa richiesta di una biografia, la cui necessità si rivela più pedagogica che espressiva. Siamo al di là di Freud e della chiave genitale classica. Joe spiega con esempi tratti dalla propria vita il suo destino di donna insaziabile. Un uomo l’ha trovata nelle vicinanze di casa, stesa a terra e malconcia per un pestaggio, l’ha soccorsa e le ha offerto un tè al latte. Seligman, il soccorritore (Stellan Skarsgård), è un appassionato di pesca e imposta un parallelo intellettuale, terminologico e filosofico, tra la materia che egli conosce in dettaglio e il tema sessuale offertole dall’ospite inattesa. La quale, in rispetto forse dell’atmosfera cupa definita dall’ambiente scuro e gocciolante, descrive, molto seriamente sebbene in maniera sommaria e senza nemmeno troppi dettagli ma con efficace esemplarità, le fasi della propria  progressione maniacale. Si comincia dai genitori, ovvio. Madre “gelida stronza”, padre medico (Christian Slater) con la fissazione degli alberi e delle foglie – morirà di delirium tremens, come Edgar Allan Poe: “Un uomo invaso dall’ansia”, suggerisce Seligman. Si procede in maniera lineare, restando freddi. Joe (ora ha le sembianze di Stacy Martin), in associazione adolescenziale con l’amica B (Sophie Kennedy Clark), si lancia in una gara di “scopate” con viaggiatori sconosciuti in treno, premio un sacchetto di cioccolatini. Insieme a B formeranno il club Piccolo Gregge: “Mea vulva, mea maxima vulva”: contro la società basata sull’amore. Ma crescendo, la ragazza non saprà non affezionarsi a Jerôme (Shia LaBeouf), il primo ad averla deflorata. Purtroppo Jerôme, cuore duro, se ne andrà lontano senza nemmeno avvertire, producendo in Joe una intuibile reazione: uomini a valanga, una sensazione costante di solitudine e il consolidarsi della convinzione di essere una donna “orribile”: “ho intenzionalmente usato e ferito altre persone per la mia sola egoistica soddisfazione – confessa a Seligman, assorto ascoltatore -, ho scoperto il mio potere di donna e l’ho usato senza preoccuparmi minimamente degli altri”. Tra gli altri, un marito e padre di tre figlioli, la cui moglie (Uma Thurman) irrompe nel covo erotico recitando (pezzo di bravura dell’attrice) una “protesta” irrimediabilmente appassionata. Invano il buon Seligman, figura alquanto bergmaniana, tenta di tranquillizzare la narratrice autobiografa circa la sua non-colpevolezza rispetto alle azioni sessuali “anche divertenti”. Tirerà in ballo la musica di Bach, il teorema di Pitagora e la matematica di Leonardo Fibonacci, ma niente: Nymphomaniac si chiude con l’ennesima prestazione maniacale e con la relativa resa  di Joe, incapace di “sentire” alcunché. Prima di concludere dobbiamo aspettare però la seconda parte del film. L’opera intera è stata infatti divisa in due (con adeguati tagli rispetto all’originale “hard” di 5 ore e mezza presentato fuori concorso al festival di Berlino 2014) per la distribuzione nelle sale. Si chiude comunque così il ciclo di Lars von Trier sulla Depressione: Antichrist (2009) e Melancholia (2011) erano i primi due capitoli, il secondo era il migliore dei tre, più definito nel rapporto immagine-senso e cioè più produttivo in funzione di un immaginario disperante verso un futuro segnato dalla propria fatale imperfezione. Non che in Nymphomaniac manchino serie referenzialità rispetto alla condizione umana attuale, né sostanziali presenze tematiche agganciabili a metodici dubbi sull’essenza di canoni morali ritenuti colpevolmente inamovibili. Ci sembra però che il dubbio non si traduca questa volta in dramma, sia pure il dramma di derivazione “dogmatica”, dovuto alla poetica proclamata da Lars von Trier e risalente al 1995. 

Franco Pecori

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3 aprile 2014