La complessità del senso
17 12 2017

Irrational Man

film_irrationalmanIrrational Man
Regia Woody Allen, 2015
Sceneggiatura Woody Allen
Fotografia Darius Khondji
Attori Joaquin Phoenix, Emma Stone, Parker Posey, Jamie Blackley, Etsy Eidem, Ethan Phillips, Geoff Schuppert, Nancy Villone, Ben Rosenfeld, Gary Wilmes, Sophie von Haselberg, Susan Pourfar, Kate Flanagan, Alex Dunn, David Aaron Baker, Michael Goldsmith, Meredith Hagner, Kate McGonigle, Brigette Lundy-Paine, Tamara Hickey, Robert Petkoff.

Professore di filosofia e uomo irrazionale: paradosso geniale o arditezza ovvia? Il pericolo è che a rimetterci sia la filosofia, quella cosa – dicono ancora gli studenti goliardi – “con la quale e senza la quale…”. Il rischio c’è, specialmente se un professore universitario, arrivato fresco a occupare l’incarico in un college americano, se ne esca d’acchitto con pensieri come questo, sbalorditivo, verso la classe di studenti in ascolto: “Esiste una differenza tra un mondo teorico di stronzate filosofiche e la vita vera”. Poi, continuando a vedere, scopriamo che il film è diviso in due parti, la prima situazionale, di presentazione e ambientazione del personaggio, la seconda di colore giallo-thriller. Quando stavamo quasi per abbandonare la visione per noia precoce ecco che entriamo in un’ansia di altro genere, tesi a controllare l’esito di un’azione tipica dell’intreccio a suspence. E però, per l’importanza narrativa della seconda parte, risulta ancor più fastidiosa la prima: non era così necessario costruire una figura di filosofo ridicolmente scettico e fisicamente addirittura “incinto” se si voleva esprimere una certa perplessità (comunque regressiva se non reazionaria) sul valore culturale della filosofia. Ma certo Woody Allen è autore tra i più intelligenti e allora diciamo che siamo invitati a leggere le due parti l’una in funzione dell’altra, proprio da un regista che, dopo la mitica panchina di Manhattan (1979), non aveva esitato a chiudere, in Whatever Works – Basta che funzioni (2009), il disperato rimuginamento del misantropo Boris Yellnikoff con il non-eccentrico tuffo contro il vetro della finestra. C’era da aspettarselo che un filosofo di Allen potesse assomigliare più al Commodo non-protagonista in ambiente gladiatorio (2000) che non, mettiamo, al riflessivo e melanconico Michel della Clermont-Ferrand rohmeriana, quando il vivere filosofico era filmato con Jean-Louis Trintignant (1969). Ora che Françoise Fabian non c’è, le ragazze restano affascinate dal filosofo Abe Lucas (Joaquin Phoenix). Ed è così che il tessuto riflessivo/narrativo è posto in essere da una regia che, nel tono generale proprio della parte più “filosofica”, richiama un sottofondo potteriano-twilightesco, nel misto di semplificazione dolcificata adattata alle tecniche fumettistiche (didascalie di servizio tra gli attacchi scenici). Ma c’è sempre da imparare. La collega sposata (Parker Posey) vuole trascinare il filosofo piacente in un viaggio europeo almeno spagnolo, mentre la studentessa (Emma Stone) per lui rischia di perdere la testa, salvo scoprire nel finale spinose valenze giallo-nere proprio nei risultati della svolta esistenziale, in quel “basta con la filosofia, è il momento di fare”. Assistiamo dunque alla disgregazione anche teoretica degli esistenzialismi (Sartre, kierkegaard e via dicendo) e possiamo arrivare a perdonare il prof per la disinvoltura con cui nomina Kant. Già, perché per riprendersi dalla depressione che ultimamente lo ha reso inefficace con le donne a letto, il filosofo pensa bene di togliere di mezzo col cianuro un giudice di cui per caso ha scoperto le truffaldine ingiustizie in fatto di affidamento di figli. Un paradosso individuale cambierà il mondo? Non finirà bene. Ma vogliamo individuare la causa della malasorte finale nelle “stronzate” denunciate all’inizio dal filosofo scettico con battute come: “Molta filosofia è solo masturbazione mentale”? Giusto, si può dire. Perciò si cominci a studiare bene.

Franco Pecori

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16 dicembre 2015