La complessità del senso
23 02 2018

C’est la vie – Prendila come viene

C’est la vie! (Le Sense de la fête)
Regia Eric Toledano, Olivier Nakache
Sceneggiatura Eric Toledano, Olivier Nakache
Fotografia David Chizallet
Attori Jean-Pierre Bacri, Jean-Paul Rouve, Gilles Lellouche, Vincent Macaigne, Alban Ivanov, Eyé Haidara, Suzanne Clément, Hélène Vincent, Benjamin Lavernhe, Judith Chemla, William Lebghil, Kévin Azaïs, Antoine Chappey, Manmathan Basky, Khereddine Ennasri, Gabriel Naccache, Nicky Marbot, Manickam Sritharan, Jackee Toto, Grégoire Bonnet.

Circostanza tipica, situazione “un po’ particolare”, figure/personaggi riconoscibili sul filo della commedia/specchio, “quasi (troppo) amici”. La coppia di registi francesi dal successo infallibile ha rilasciato un’altra bomba a salve col solito metodo di ritagliare dall’osservazione ironica, acuta e benevola, anche un po’ amara, un quadretto riconoscibilissimo della realtà d’oggi, vissuta o comunque sentita dire da tutti. Dopo Primi amori, primi vizi, primi baci 2006, Troppo amici – Praticamente fratelli 2009, Quasi amici – Intouchables 2011, Samba 2014, ecco un altro film/timbro, garanzia di divertimento universale, la cui forma del contenuto lascia nello spettatore – come deve -, insieme alla soddisfazione del “riconoscimento”, un vago sentore si simpatica problematicità non del tutto inefficace nelle due ore di proiezione ma facilmente estinguibile una volta usciti e reinseriti nel contesto usuale, garanzia di normalità. Una festa di matrimonio “borghese” – spesso l’appartenenza alla fascia sociale è più un’aspirazione che una realtà consolidata – pensata e organizzata come vuole la convenzione attuale, da vivere o da vivere di riflesso, secondo lo stato delle cose. Gli sposi contrattano al millesimo del contenimento la spesa, Pierre, lo sposo (Benjamin Lavernhe), si raccomanda che la festa sia sobria, chic, elegante. Max (Jean-Pierre Bacri), organizzatore stravissuto, cerca di mostrarsi all’altezza del compito. Ma sarà un compito non facile, la squadra multiraziale di collaboratori che deve gestire non è del tutto all’altezza dell’allestimento di una scena “imponente” come la location, un castello del Seicento, scelta per lo svolgimento. Pian piano, entriamo nel dettaglio delle situazioni, inutile descrivere qui i singoli personaggi, ben caratterizzati, con umorismo francese tipico, dunque universale. La carne per il piatto principale sarà guasta, la band musicale avrà un direttore/animatore (Gilles Lellouche) dai modi non raffinatissimi, le parrucche dei costumi daranno al personale fastidiosi pruriti. Quando immancabilmente si guasterà l’impianto elettrico e in cucina la crisi sarà totale, lo sposo darà per fortuna una mano con il suo interminabile e sonnifero discorso di ringraziamento. Verranno tutti ricompensati dall’allegra soddisfazione, nel sottofinale, di vedere Pierre volare in cielo, preda di una stramba e spettacolare sorpresa scenografica ideata per la grande occasione. Prima della fine, Max avrà modo di sistemare la sua situazione extraconiugale e potrà ricomporre l’armonia di tutta la squadra che – si può intuire – ancora una volta aveva rischiato la definitiva disgregazione. Ma tutti, o quasi, sanno suonare uno strumento, lavapiatti stranieri compresi, e una simpatica e coinvolgente improvvisazione jazzistica concluderà in allegria la festa. Tipi umani perfettamente delineati, attori di primo livello, ritmo pimpante, applausi. [Festa del Cinema di Roma 2017, Selezione Ufficiale]

Franco Pecori

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1 febbraio 2018