La complessità del senso
18 06 2018

Maria Maddalena

Mary Magdalene
Regia Davis Garth, 2018
Sceneggiatura Helen Edmundson, Philippa Goslett
Fotografia Greig Fraser
Attori Rooney Mara, Joaquin Phoenix, Chiwetel Ejiofor, Tahar Rahim, Ariane Labed, Denis Ménochet, Lubna Azabal, Tchéky Karyo, Hadas Yaron, Ryan Corr, Irit Sheleg.

Pietro a Maria Maddalena: “Tu ci hai indebolito”. Finisce così il film di Davis Garth. Su quel Pietro di pelle scura (Chiwetel Ejiofor) – è stato deciso colà dove si puote – si fonderà la Chiesa? Incertezza della storia? Confusione nella trasmissione dell’esperienza, invenzione poetica, favola, mistificazione? Di sicuro non giudicheremo, ormai, il valore di The Searchers sulla base della vera storia del Far West. John Ford non avrà fondato chiese, ma di certo il genere western appartiene al cinema. Maria di Magdala, donna contemporanea a Gesù di Nazareth, per un lungo periodo non ebbe una buona reputazione presso i cattolici. Solo recentemente la sua figura è stata rivalutata. I tempi cambiano, la questione femminile viene al pettine. Ma è di questo che dobbiamo parlare? Dobbiamo considerare il film di Davis Garth per il suo valore storico e dobbiamo riconsiderare il tracciato spettacolare del genere peplum biblico in funzione di una credibilità scientifica (se è scienza la storia)? Per l’attendibilità del western vogliamo chiedere una consulenza a Tarantino? La legge del “lector in fabula” ci fa partecipi del contesto, di cui il Valore è componente, funzione. Qui, in questo Mary Magdalene, ci pare che l’elemento importante, essenziale, sia la figura della protagonista e specialmente il volto di Rooney Mara, l’espressione che unisce amorevole convinzione e sguardo femminile a una scelta di campo intenzionale quanto sentimentale, anche se provocatoria negli esiti culturali. Della figura di Gesù come ci arriva da Joaquin Phoenix ci importa di meno, non sarà per questo ennesimo e piuttosto banale rifacimento iconologico – dopo Wyler, Pasolini, Scorsese, Gibson e perfino dopo i Coen – che dovremo ridiscutere la figura del Figlio di Dio. Anche se qui il regista lo presenta, immedesimandosi in quelle che crede possano essere state le diffuse e possibili convinzioni popolari del tempo, come un Gesù “guaritore”, un po’ “imbambolato” nella messianicità del proprio Io; non sarà sulla misura di tale credibilità che baseremo una rifondazione delle convinzioni e dei sentimenti religiosi di una nuova generazione di fedeli. Non pensiamo che ve ne debba esser bisogno. Una logica più comprensibile, invece, siamo portati a riconoscerla nella dialettica interna al gruppo dei discepoli – lasciamo anche stare la forma sbrigativa e riduttiva con cui viene rappresentata la vita del piccolo villaggio  di pescatori e del gruppetto di seguaci del messia, ossessivamente invocanti: il Regno!, il Regno! – dove la voce e la presenza stessa di Maria crea alternativa, apre prospettive, suggerisce sviluppi. Se il viaggio a Gerusalemme per la Pasqua ebraica può configurare, a contrasto, la misericordia (tra i moribondi in Samaria) come una forma di estremismo, è comprensibile la preoccupazione di Pietro con cui il film si chiude.  E cioè si riapre, a beneficio anche artistico.

Franco Pecori

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15 marzo 2018