La complessità del senso
28 06 2017

Un giorno devi andare

Un giorno devi andare
Regia Giorgio Diritti, 2012
Sceneggiatura Giorgio Diritti, Fredo Valla, Tania Pedroni
Fotografia Roberto Cimatti
Attori  Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Pia Engleberth, Sonia Gessner, Amanda Fonseca Galvao, Paulo De Souza, Eder Frota Dos Santos, Manuela Mendonça Marinho, Federica Fracassi, Nilson Trindade Miquiles.

Giorgio Diritti, dopo Il vento fa il suo giro (2007) e L’uomo che verrà (2010), si è messo in una situazione difficile. Gli accostamenti, che alcuni hanno voluto proporre, a Europa 51 di Roberto Rossellini (1952) e a The Tree of Life (2011) di Terrence Malick segnano un campo di valutazione assai problematico rispetto a quello che, ai nostri giorni, si va configurando come il probabile “redde rationem” della civiltà contemporanea. Il mondo “avanzato” prigioniero del consumo e il mondo dei “diseredati” sono l’un l’altro di fronte, alla ricerca disperata di una soluzione. E da ogni parte si tentano interpretazioni per aprire prospettive nuove e diverse. Un’impressione diffusa è che non si tratti nemmeno più di “rivoluzionare” il sistema quanto, se mai, di azzerarne i princìpi per riavviare una vita in qualche forma possibile. Scienza e morale si trovano a giocare la stessa partita su un terreno guastato da condizioni avverse. L’arte rappresenta il disagio che ne deriva, attinge al portato storico per trarne il linguaggio che può. Legata per forza di cose anche all’attualità, elabora forme di riflessione e di invenzione seguendo attrazioni estetiche, produce risultati espressivi in cui raramente le istanze storiche trovano soddisfazione. Ma sono quei momenti rari a indicare punti “universali” di incontro e di prospettiva. Il cinema ha trasmesso già più volte la tensione contemporanea verso fughe dall’orrore metropolitano, sia in forma apocalittica (catastrofi fantascientifiche e morti viventi) sia con racconti più intimi, segnati da soluzioni anarco-ribelliste (Into The Wild di Sean Penn, 2008); e più di recente, la poesia della “terra selvaggia” ha dato corpo alla piccola Hushpuppy di Beasts of the Southern Wild (Benh Zeitlin, 2012) per tracciare ancora la direzione di una speranza, oltre i confini della devastazione, in un recupero oggettivo di esigenze primarie di sopravvivenza. La visione drammatica che, nei limiti di una morale borghese, aveva suggerito a Rossellini la provocatoria e ingiusta condanna psichiatrica della sua Irene (Ingrid Bergman) – soluzione soffocatrice di un’istanza amorevole verso le sofferenze altrui – si è andata sciogliendo durante il secolo in un’ansia di “libertà” più interiore e più “universale”, insondabile, misteriosa, smemorata delle atrocità e dei soprusi, sconfinante nelle sue punte estreme in rappresentazioni estatiche di concetti filosofici (il destino dell’umanità ecc.) ridotti alla banalità pubblicitaria. Il piedino del neonato che suggella con un finale da borotalco (Malick) le aspirazioni verso un futuro migliore indica l’inadeguatezza della ricerca formale quando l’arte si fida troppo di se stessa. Creaturine sono utilizzate anche da Diritti, nel film sulla strage nazista di Marzabotto, con la piccola Martina che ripesca tra i cadaveri il fratellino ancora vivo; e ora, nel finale amazzonico, col bambino che gioca spensierato, sorride, scappa, si rotola e rincorre Augusta/Jasmine per poi salpare con la mamma e il papà nel piccolo scafo verso il largo di un’acqua accogliente. Giorgio Diritti non è Malick, la sua fede nel cinema è più solida, la lezione è quella di Olmi. Per questo il viaggio di Augusta dal Trentino chiuso e cattolico al Rio Negro brasiliano e alla favela da dove gli indios guardano i grattacieli di Manaus ha un’altra credibilità di fondo. Le osservazioni, i dettagli con cui la cinepresa costruisce il quadro di riferimento sono rispettosi della verità contestuale, le immagini lasciano scaturire dal materiale profilmico il valore simbolico e non viceversa, come troppo spesso accade in altri autori. Vediamo ciò nelle scene e nei riferimenti “di partenza” (un solo esempio, le donne e i lavori all’uncinetto) e poi nell’intercalare dei rimandi che ci rinviano alla situazione culturale e familiare della protagonista; e quando lo sguardo si allarga, in Amazonia, a cogliere e a vivere i tempi di un’esistenza diversa e ardua da tradurre in descrizioni usuali. Tuttavia l’impulso a partire per un viaggio esterno/interno, alla ricerca – si vedrà – non tanto di un perché quanto di un come, non trova ragione sufficientemente forte nel contesto del film, la sequenza iniziale dell’ecografia del feto e delle lacrime di Augusta è debole e stereotipa rispetto a tutto quello che dovrà succedere. E così via, i temi dell’insufficiente aiuto ai poveri in termini di evangelizzazione – Augusta parte al seguito di una religiosa amica della madre – e del riscatto sociale degli indios dovendo rispettarne l’identità originaria non trovano un’articolazione adeguata, non escono da una dimensione di vago accenno umanistico, essendo, come sono, “inquadrati” entro la costante espressione perplessa della protagonista. Augusta, osserva e sceglie di comportarsi secondo una sua esigenza interiore, in alcuni momenti l’occhio del cinema (la fotografia discreta e intensa di Roberto Cimatti)  l’aiuta a risolvere in parte l’accento di un sentimento, in altri momenti prevale la quasi-impossibilità a risolvere situazioni troppo più larghe e profonde. Sicché la ragazza finisce a dormire accoccolata sulla spiaggia, col suo sacco e con un telo appeso alla meglio al ramo di una pianta. Un giorno devi andare, ma dove? Il bambino che improvvisamente appare mostra un “miracolo” che richiederebbe ancora un film.

Franco Pecori

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28 marzo 2013