La complessità del senso
19 08 2017

Franny

Franny_proposte@Franny
Regia Andrew Renzi, 2015
Sceneggiatura Andrew Renzi
Fotografia Joe Anderson
Attori Richard Gere, Dakota Fanning, Theo James, Cjarke Peters, Brian Anthony Wilson, Lyssa Roberts, Dennisha Pratt, Roy James Wilson, Ian Bonner, Michael Daisher, Matthew Daisher.

Si piace, quanto si piace! Brutta bestia il narcisismo, il soggetto è pronto a usare qualsiasi mezzo per ottenere un risultato che per altro sarà molto difficilmente riconoscibile dal soggetto stesso, in quanto ad essere nascosta è proprio l’istanza di partenza. Insomma Narciso si specchia per vedersi bello ma senza ammettere di volersi specchiare e demanda ad altri, a noi, la verifica, il giudizio, il consenso non solo per il risultato ma per il complesso dell’azione stessa, dello specchiarsi. Specchiarsi è specialmente nascondersi al contesto, agli altri, mostrando un’immagine di sé per occultare la situazione e/o il fine che si vuole o che si è voluto tenere nascosto. Purtroppo, più l’immagine sarà “bella”, meno la verità sottostante risponderà allo scopo. La prima sequenza di Franny, film d’esordio di un regista che in un certo senso somiglia al personaggio di Luke, il giovane medico a cui è affidato il compito di assecondare sostanzialmente la tendenza autoesibizionistica del protagonista, è già molto chiara circa la voglia di Franny/Gere di pavoneggiarsi in atteggiamenti di benevolenza “autocritica”. La sua espansività entusiastica verso la coppia di amici ritrovati e verso Olivia (Dakota Fanning), la loro figlia ch’egli ha visto nascere e che rivede ormai giovane donna sposata e in attesa di un figlio, è talmente “offerta” all’ammirazione sbigottita dello spettatore da risultare subito sospetta. Quel Franny sarà soltanto un amico filantropo? Ricco, aristocratico di Philadelphia, non ha mai lavorato, lo vediamo alle prese con un grande ospedale da lui fondato e finanziato ed è subito felice di offrire un lavoro a Luke (Theo James), marito di Olivia, ancora fortemente indebitato con la propria università. Non sarà facile per il giovane contrastare la tendenza del benefattore. Ma non è solo il lavoro, a Franny interessa la vita dei due “ragazzi”, s’intromette fino a volerla gestire, compra per loro la casa dove Olivia è cresciuta, insomma li mette in forte imbarazzo. Qual’è il problema che si porta dentro e che lo rende così vistosamente sofferente, tanto da averlo farlo morfinomane? Possibile che tutto derivi dall’incidente d’auto, che vediamo quasi subito e che ha portato via i suoi due amici più cari lasciando vivere soltanto la loro figliola e lui stesso? Olivia ha per Franny un attaccamento che dire quasi sostitutivo di un padre è poco e nei flash che ci riportano al tragico incidente si mescolano sobbalzi di affettuosità profonde, perfino momenti trasognati nel lettone matrimoniale con i genitori di Olivia. Sarà quello il punto di passaggio dello specchio di Narciso dalla mano di Franny/Gere a quella dello spettatore, demandato alla lettura “malevola” della cui responsabilità la coppia Renzi/Gere avrà sentito insostenibile il peso? Di certo, vediamo Franny ondeggiare in un su-e-giù umorale più che compiaciuto e lungo, tanto da trasformarsi man mano in una vera lungaggine piena di smorfie e allusività iconologiche, tra sapienza guru-estetica e vaghezze nostalgiche per lontane “indipendenze” filmografiche, come se l’autore e lo stesso protagonista non se la sentissero di andare al dunque e prendessero tempo nella speranza che qualcuno, forse lo spettatore, decida di assumersi il carico di quello specchiarsi insistito. Il mitico American Gigolo è rimasto simpatico e affascinante: va bene così?

Franco Pecori

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23 dicembre 2015