La complessità del senso
16 10 2018

Johnny English Colpisce Ancora

Johnny English Strikes Again
Regia David Kerr, 2018
Sceneggiatura Robert Wade
Fotografia Florian Hoffmeister
Attori Olga Kurylenko, Rowan Atkinson, Jake Lacy, Ben Miller, Miranda Hennessy, David Mumeni, Samantha Russell, Eddie O’Connell, Junichi Kajioka, Nick Owenford, Tuncay Gunes.

L’importante è conservare. La Aston Martin di Bond, per esempio, anche se l’elettrico nel quattro ruote ormai va forte. E l’informatica? Non ne parliamo. Il nome di tutti gli agenti infiltrati in Gran Bretagna non è più che un segreto di Pulcinella e Johnny English non sa usare nemmeno il telefono cellulare. “Abbiamo un problema”, ripete sconsolato il personale addetto alle più oscure segretezze di Stato. Sembra impossibile, ma dovrà essere proprio lui, Johnny, a salvare la baracca. Ormai in pensione, l’agente comico si diverte a insegnare in maniera grottesca ai ragazzini certi suoi trucchi del mestiere, ma viene ripescato, è rimasto solo lui, è l’ultima risorsa contro l’attacco di un perfido hacker. Non si ha fiducia che proprio Johnny sappia risolvere, ma tant’è. Al terzo film, dopo il Johnny English di Peter Howitt (2003) e il Johnny English – La rinascita di Oliver Parker (2011), la serie continua con rinnovata energia e ricoloritura, sia della Pantera Rosa (un Clouseau/Sellers più assurdo e più scoppiettante), sia della super efficienza dell’Agente Segreto (un’eleganza d’altri tempi vistosamente irrangiungibile). Le gags (catena infinita) sono utilizzate con il solito criterio dell’accumulo, sfruttando il principio del paradosso fino allo schianto irrazionale. Vediamo una trovata scenica e ne viene alla mente un’altra, presa dal cinema stesso o in generale dalla Storia, ma ciò che conta è la forza magnetica di Rowan Atkinson, i tempi della sua azione, la forzatura dell’impatto di ciascuna trovata con i suoi effetti catastrofici risolti nella più indifferente “normalità”, fino ad arrivare ad un trionfo del “medievale” verso un’insensatezza tecnologica del nostro tempo. Johnny si getta in missione “alla vecchia maniera”, è così che potrà vincere. È inetto, inadatto? Protetto dalla corazza di un antico cavaliere, non si cura di ologrammi né di algoritmi, trasforma perfino la propria ridicolaggine in fascino circostanziale verso la bella spia/controspia/spia russa (Olga Kurylenko), altrimenti inarrivabile. Johnny, beato, trapassa perfino il problema di una realtà virtuale non affrontabile se oppressi – come siamo – dal troppo diffuso analfabetismo funzionale: per lui è semplice utilizzare a proprio favore il “disastro” scenico. E a noi tutti potrebbe far comodo versarlo in trionfo. Non un filmetto, dunque. [Festa del Cinema di Roma, Alice nella città 2018, Preapertura]

Franco Pecori

 

Print Friendly

7 ottobre 2018