La complessità del senso
16 11 2018

Quello che non so di lei

D’apres une histoire vraie
Regia Roman Polanski, 2017
Sceneggiatura Olivier Assayas, Roman Polanski
Fotografia Pawel Edelman
Attori Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez, Josée Dayan, Camille Chamoux, Brigitte Roüan, Dominique Pinon, Noémie Lvovsky, Leonello Brandolini, Édith Le Merdy, Elisabeth Quin, Damien Bonnard, Saadia Ben Taïeb, Véronique Vasseur.

Scrivere è un problema. Scrivere la “realtà” o il proprio libro nascosto? A quale materia attingere, a quale tipo di referenzialità? La questione può venire maggiormente a galla, se amplificata dal successo dell’operazione editoriale. La scrittrice, perfino esausta per il rito dell’autografare il libro al termine della presentazione, può entrare in crisi se qualcuno le insinua un dubbio morale: cosa hai raccontato nel tuo libro? Hai sfruttato il suicidio di tua madre usandolo come tema anche emotivo per prendere il lettore? E ora, cos’altro scriverai? Chi può avere interesse – e quale interesse – a giocare una tale provocazione? Delphine (Emmanuelle Seigner), la scrittrice di successo, in pieno stress, viene turbata dall’incontro con Elle (Eva Green), ghostwriter di successo. The Ghost Writer è anche il titolo originale  de L’uomo nell’ombra, thriller di Polanski del 2010 (Orso d’Argento a Berlino). Lì si trattava della scoperta di intrighi politici, con la Cia di mezzo. E però il principio attivo della suspence polanskiana resterebbe il medesimo. Come abbiamo già scritto: “La suspence non è nelle cose ma su ciò che può accadere. L’evento che tiene sospesi è nella sostanza stessa del racconto, si sviluppa con la trama, sorprende per la propria importanza, mentre succede invita alla cultura del dubbio”.  Resterebbe, ma non resta. Purtroppo, il motivo dell’intrusione di Elle nella vita di Delphine, si chiarisce con una progressione determinata (trasparente), la quale toglie respiro all’ambiguità e il film resta indeciso tra il fascino dell’attrazione anche omosessuale e l’intrigo perverso e opportunisticamente interiore. L’aggressività malcelata della ghostwriter verso il proprio possibile “doppio” resta un’interessante ipotesi tematica, non è risolta però in racconto interno e a un certo punto (presto) tutto diviene semplice. Per un autore come Polanski è una contraddizione pesante. Si notano nella sceneggiatura (scritta insieme a un altro regista, l’Assayas autore di film come Qualcosa nell’aria 2012, Personal Shopper 2016) semplificazioni non necessarie, colpevoli di indebolire l’attesa e di attenuare il portato tematico. Appropriarsi della vita, propria o altrui, per firmarne il racconto: giustificazione un po’ semplice sul versante della creatività. Per fortuna, la sola maschera della bravissima Seigner, il solo suo sguardo “tagliato” lascia sullo schermo una traccia notevole di ricchezza estetica. Più “significativo” (troppo) il ruolo della Green, in bilico esplicito tra sostituzione di personalità e immedesimazione nel peso alienatante dell’anonimato autoriale. La cosa meno interessante del film è lo sviluppo materiale degli accadimenti, con un finale davvero elementare. [Dal romanzo “Da una storia vera”, di Delphine de Vigan. In concorso a Cannes 2017]

Franco Pecori

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1 marzo 2018