La complessità del senso
18 12 2017

L’uomo di neve

The Snowman
Regia Tomas Alfredson, 2017
Sceneggiatura Matthew Michael Carnahan, Hossein Amini
Fotografia Dion Beebe
Attori Michael Fassbender, Rebecca Ferguson, Charlotte Gainsbourg, J.K. Simmons, Toby Jones, Chloë Sevigny, Val Kilmer, James D’Arcy, Peter Delle, Michael Yates, Bjørn Iversen.

Attenzione ai primi minuti che precedono i titoli del film tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore norvegese Jo Nesbø: la sequenza costituisce un piccolo racconto compiuto, il cui “finale” lascia una sospensione di senso, terribile, angosciosa, che il resto di The Snowman riuscirà con qualche stento a placare. Ovviamente non possiamo anticipare. Siamo a Oslo, il bianco della neve si rivelerà piuttosto noir, un incubo ciclico per i fatti misteriosi e terribili di cui si occuperà il detective Harry Hole (Michael Fassbender) – il personaggio, protagonista anche della serie Tv scritta dallo stesso Jo Nesbø, ora approda al cinema con l’appoggio di Martin Scorsese, produttore esecutivo. Una donna, in fuga dalla brutalità dell’uomo che maltratta lei e suo figlio, corre in auto insieme al bambino in un paesaggio bianco di neve. Non la vedremo più. Ci resterà impressa la sagome di un “uomo di neve”, il pupazzo che la donna aveva notato dalla finestra e che tornerà a comparire più volte durante il film, agghiacciante presagio di morte. Un serial killer perseguita ormai da anni le sue vittime, tutte donne sposate e con figli, destinate a sparire ad ogni nevicata. Hole entra in azione quando ancora non ha smaltito una delle sue brutte crisi (alcol e altro). L’urgenza di risolvere finalmente l’ultimo caso della serie è data dalla notizia che lo riguarda personalmente e che gli ha fatto tutt’altro che piacere: Rakel (Charlotte Gainsbourg), la donna che ha amato, sta per sposarsi. Il killer andrà bloccato prima della prossima nevicata. Gli darà una mano la giovane aiutante Katrine Bratt (Rebecca Ferguson). La scelta di Fassbender per il ruolo di Harry Hole si rivela piuttosto “teorica”, fredda. L’uomo di neve non è un film d’azione e il personaggio dovrebbe esprimersi per il suo carattere di uomo vissuto, segnato dalle sue passioni e dalle sue disavventure anche sentimentali. Dal punto di vista dell’indagine poliziesca, il suo contributo non sembra essenziale. Diciamo che l’attore, pur bravo, ci mette la faccia. Domina invece pesantemente, nella costruzione della suspence, una tecnica di frammentazione e di incastro narrativo, come se si trattasse di tranquillizzare lo spettatore circa la “prossimità” della soluzione, mentre al di là dell’intrigo l’interesse principale del regista continua a essere – come già dimostrato nei precedenti Lasciami entrare 2008 e La talpa 2011 – per un’indagine “interna” sulle condizioni morali/ambientali dei personaggi. 

Franco Pecori

Print Friendly

12 ottobre 2017