La complessità del senso
25 05 2018

Lady Bird

Lady Bird
Regia Greta Gerwig, 2017
Sceneggiatura Greta Gerwig
Fotografia Sam Brion
Attori Saoirse Ronan, Laurie Metcalf, Tracy Letts, Lucas Hedges, Timothée Chalamet, Beanie Feldstein, Lois Smith, Stephen Mckinley Henderson, Odeya Rush, Jordan Rodrigues, Marielle Scott, Jake McDorman, John Karma, Bayne Gibby, Laura Marano, Kathryn Newton, Andy Buckley.
Premi Golden Blobe 2018: Film musical/commedia, Saoirse Ronan atr.

Ci vorrebbe un miracolo. Siamo nel 2002, Sacramento – 130 km a nord di San Francisco e 600 da Los Angeles – non dovrebbe essere, come la sedicenne Christine (grande affermazione di Saoirse Ronan) la percepisce, una città opprimente e tradizionalista (“Ti toglie la voglia di vivere”). I genitori della ragazza fanno sacrifici per mantenerla in una scuola privata condotta da religiosi. Per la mamma (Laurie Metcalf), la scuola pubblica non sarebbe stato che un avviamento alla galera. Christine, insoddisfatta e ribelle – ma non tanto da non frequentare la scuola anche accettando un ruolo nello spettacolino interno e da non avere un’amica del cuore (brava Beanie Feldstein nella parte di Julie) -, si è data un nome alternativo a quello assegnatole alla nascita: vuol essere chiamata Lady Bird e vuol fare di tutto per continuare gli studi in un college a New York. Ma ci vorrebbe un miracolo. Non che la ragazza non riesca poi a partire; e però, già al primo impatto, la Grande Mela presenterà un suo lato tutt’altro che leggero. A Sacramento, Lady Bird ha consumato le prime esperienze amorose con grande delusione: ha donato la verginità a un ragazzo (Lucas Hedges) che le ha riservato una certa sorpresa, si è poi invaghita di un presuntuosetto atteggiato a dark (Timothée Chalamet). Ora, alla prima occasione di svago a New York, Christine pensa bene di domandare al primo giovane che incontra se creda in Dio. Il  giovane risponde sarcastico: “No! È ridicolo”. Lady Bird sente il bisogno di riflettere: “Le persone – dice tra sé e sé – si chiamano col nome che i genitori danno loro e non credono in Dio”. Ci vorrebbe un miracolo perché New York fosse la città fantastica che Lady Bird aveva sognato. Tutto sommato, Sacramento non era poi l’inferno. Profonda con leggerezza, la commedia che vede l’attrice Greta Gerwig (To Rome with Love 2012, Mistress America 2015, Jackie 2016) al debutto nella regia conserva nel fondo una morale meno lineare di quel che potrebbe sembrare a prima lettura. Il terzo Millennio lascia al nuovo mondo strascichi e dubbi del vecchio assetto non semplici da rilevare ma sostanziosi al dunque, quando sia il momento di svelare scelte che sembrano generazionali e che invece attingono a una scala di valori niente affatto decostruita. Il disagio, che sfiora la straniazione, della ragazza all’inseguimento della propria personalità, in un contesto consolidato nei parametri retroattivi, non porta a un nuovo e impossibile Sessantotto. La difficoltà ad accettare l’esperienza trasmessa dai genitori, nella condizione di una fascia sociale non ricca, non si traduce in alcuna “esplosione”. Né in provincia né nella metropoli il contesto suggerisce slanci epocali o ribaltamenti di prospettiva. Greta Gerwig si accontenta, come forse un po’ tutto il mondo “avanzato”, occidentale o come si voglia chiamare, di lanciare uno sguardo attraverso. La non-prospettiva, che già qualche anno fa (e oggi ancor di più?) si offriva alla generazione nuova che nuova non può essere, accoglie Lady Bird offrendole una stanzetta nella metropoli, con un lettino dove poggiare la valigia. E nella valigia sono le lettere affettuose che la madre, arrabbiata e muta verso di lei, ha provato a scriverle e che il padre (Tracy Letts) ha messo da parte. Un padre buono, comprensivo, disposto al dialogo, disoccupato. Il film si era aperto con Christine e la madre in macchina. Ascoltavano dalla radio la lettura di Furore, di John Steinbeck. Ci vorrebbe un miracolo.

Franco Pecori

 

Print Friendly

1 marzo 2018