La complessità del senso
22 09 2018

Un affare di famiglia

Manbiki kazoku
Regia Hirokazu Kore-Eda, 2018
Sceneggiatura Hirokazu Kore-Eda
Fotografia Ryuto Kondo
Attori Kirin Kiki, Lily Franky, Sôsuke Ikematsu, Akira Emoto, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Moemi Katayama, Kengo Kôra, Chizuru Ikewaki, Jyo Kairi, Yôko Moriguchi, Miyu Sasaki, Naoto Ogata, Yuki Yamada
Premi Cannes 2018: Palma d’Oro.

Ex documentarista, seguace di Ozu Yasujiro, il giapponese Hirokazu Kore-Eda (Father and Son 2013, Little Sister 2015, Ritratto di famiglia con tempesta 2016) continua a muoversi sul filo di una “impossibile” indagine plurivalente (sociologia, psicologia, estetica sono solo alcune implicite chiavi interpretative complementari) del contesto urbano attuale, ritagliato e visto stavolta pur sempre a livello famigliare ma con sguardo estensivo verso problematiche diversamente implicative. La società e le sue leggi (regole), l’umanità e i suoi dettami interni s’incrociano in una casistica attraente per il tratto oppositivo e provocatorio rispetto al comune sentire. Sul ciglio di uno sprofondo socio-esistenziale, si parte dalla misera vita quotidiana, in un quadro di emarginazione, di una strana famiglia la cui composizione si è venuta sviluppando per accumulo nell’ “allevamento” di nuovi componenti educati a sopravvivere con espedienti illegali o sul filo della norma sociale trasgredibile. Ultimo “acquisto” una bambina raccolta lungo la via. La piccola è vittima del disagio provocatole dai contrasti tra i genitori e finisce per assuefarsi alla nuova vita, più povera ma in qualche modo più affettuosa. Una parentela di fatto va a sostituire l’originario legame istituzionale. Una lunga prima parte del film è dedicata a tale trasformazione esistenziale, osservata nel ritmo delle giornate e delle piccole faccende. Man mano scopriamo l’andamento degli altri componenti della famiglia, tre generazioni di “figli dell’opportunità” convivono in una specie di armonia minimale, al cui interno si nascondono condizioni paradossali e scelte implicitamente  contraddittorie. Una certa “simpatia” lo spettatore la prova per quel piccolo sistema, anche “libero” per quanto doloroso, che permette una pur precaria coesistenza nel sistema di coerenza generale. L’occhio del regista si mantiene attento ai dettagli, non generalizza, si attiene ai piccoli fatti, evitando accuratamente posizioni predicatorie o indicazioni prescrittive. Per un po’ il tema emergente sembra essere quello di una parentela non-burogratica, fuori dall’ufficio anagrafe, liberamente sviluppantesi al seguito di una pratica e di una necessità quaotidiana e soprattutto per una sorta di affinità elettiva, non semplice né facile da descrivere nei suoi aspetti umani impliciti: è il solito problema “impossibile” del cine-obbiettivo e dell’indicibile. L’autore se la cava più che bene, è il suo registro espressivo preferito. La parte finale, non breve, lascia poi questa dimensione soprattutto estetica (non stiamo parlando della “bellezza” del film) per chiudere il film sul piano discorsivo, lasciando emergere le contraddizioni propriamente socio-istituzionali, di una società le cui illegalità s’intrecciano in maniera organica con la stessa sopravvivenza del sistema. Il disvelamento, a livello di sceneggiatura, regge bene, anche se la cifra umanistica perde un po’ della forza iniziale. L’espressione fa spazio alla riflessione.

Franco Pecori

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13 settembre 2018