La complessità del senso
24 08 2017

Amour

Amour
Michael Haneke, 2012
Fotografia Darius Khondji
Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert, Alexandre Tharaud, William Shimell, Ramon Agirre, Rita Blanco, Carole Franck, Dinara Droukarova, Laurent Capelluto, Jean-Michel Monroc, Suzanne Schmidt.
Cannes 2012, concorso: Palma d’oro. Oscar 2013, Film straniero.

Per i cinefili, la memoria ha un sussulto e rivivono il Trintignant de La mia notte con Maud (Rohmer, 1969) e la Riva di Hiroshima mon amour (Resnais, 1959): non per somiglianza, ma per continua analogia, di un cinema immortale fatto di anime attoriali che si consumano davanti alla cinepresa senza mai morire. Era il cinema vissuto sul set e sullo schermo, un cinema che oggi non si può vedere che con gli interpreti di allora, testimoni sopravvissuti e viventi di un’epoca soffocata dal rifacimento dei generi. Un Amore come questo di Haneke, regista col Nastro Bianco (2009, altra Palma) al braccio, acuto e implacabile disvelatore della cattiveria nascente nell’uomo/bambino e cioè nella società nascosta e futura, non si poteva fare senza la passione autentica dei due interpreti, i quali danno corpo – e non è un modo di dire – al dramma di un trapasso artistico più che fisico, morte di un’arte lasciata in eredità senza – così dice il film – alcuna speranza di prosecuzione. Mai Palma d’oro ebbe minor valore prospettico e mai ebbe forse maggiore consistenza estetica. Per chi ama soprattutto il contenuto, forma e sostanza, il tema di Amore e Morte è nuovo nel senso dell’esposizione sotto specie di irrimediabile disperazione. L’eutanasia non c’entra nulla. Sono invece indagati e percorsi, con lucida e fredda determinazione e con altrettanto calda e struggente compassione,  i confini dell’amore, un tracciato-limite che può finire nella macabra voluttà del compiersi, nell’abisso insondabile della solitudine ultima. Solitudine che Haneke misura nella vita di coppia, una vita còlta negli ultimi giorni della sua evoluzione, quando la vecchiaia non resiste agli anni e la malattia può segnare il traguardo di un destino che si esaurisce. Nessun melodramma, solo “cronaca” di giornate che vanno a male, di pietà inutile, di amorevoli gesti “culturali” – i gesti, le parole, i cento racconti che si producono ad ogni momento del film – insufficienti a risarcire la vita che si spegne. L’arte non-scritta, il rischio supremo della sceneggiatura che si fa film, salva Haneke dai limiti della trovata e proietta i due anziani professori di musica, Georges e Anne, nell’estrema sfida della sopravvivenza, propria ed altrui. Nessuna religione, ma solo l’inquadratura fissa sui personaggi nel distacco della “naturalezza”, il cui rovescio ineludibile è l’impatto glaciale della riflessione. Nessun cuore romantico, nessuna lacrima e nessuna sorpresa. La prima sequenza, in questo senso hitchcockiana, azzera la curiosità del “cosa”, lasciando intatta l’avidità del “come”. E così il finale diviene fortissimo, quasi insostenibile, in quanto risaputo e inevitabile. Diremmo pessimista se il film avesse una morale risaputa.

Franco Pecori

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25 ottobre 2012