La complessità del senso
21 09 2018

Nome di donna

Nome di donna
Regia Marco Tullio Giordana, 2018
Sceneggiatura Marco Tullio Giordana, Cristiana Mainardi
Fotografia
Attori Cristiana Capotondi, Valerio Binasco, Stefano Scandaletti, Michela Cescon, Bebo Storti, Laura Marinoni, Anita Kravos, Stefania Monaco, Renato Sarti, Patrizia Punzo, Patrizia Piccinini, Vanessa Scalera, Linda Carini, Adriana Asti.

Elementare, rischia la didascalia. E però Marco Tullio Giordana resiste alla trasparenza del tema, cercando – come sempre ha fatto nei suoi film precedenti (I cento passi 200, La meglio gioventù 2003, Romanzo di una strage 2011)  – di non cancellare lo spessore della storia in nome di una leggibilità estetica. Sul filo dell’equilibrio, la chiara importanza dell’argomento, rafforzata dall’attualità anche delle più recenti e dilaganti cronache, conserva la giusta dignità espressiva. Si farebbe presto a dire “molestie sessuali sul lavoro”, ma altro che cinquanta sfumature! La complessità e la varietà delle forme può consistere in una montagna difficile da scalare. Meglio restare al concetto di dislivello: tra condizioni maschile e femminile, considerate nel reticolo delle leggi, delle norme e degli usi e costumi, dei comportamenti espliciti e sottintesi in cui si articola la vita lavorativa (e non solo) nel suo quotidiano e nel nostro tempo. Ecco allora che la elementarità sarà meno facile da individuare, da definire. La storia di Nina (Cristiana Capotondi) è tratteggiata con semplicità solo apparente. A partire da una scrittura (con Cristiana Mainardi) attenta a non perdersi in inutili sottolineature, Giordana rispetta il racconto lineare (i “fatti”) non rinunciando a tradurne il senso attraverso lo sguardo della cinepresa. La macchina si muove con “senso della realtà” senza cedere al “documentario”, non si concede alla “cronaca”, è piuttosto interessata alla produttività del senso, misurando i movimenti, le angolazioni e gli stacchi in funzione di una coerenza interna dell’immagine. È così lasciata alla letteratura la valenza pre e profilmica, come dev’essere. Questo non significa che non si possa con-ti-nu-a-re un discorso (come del resto sempre, dopo la visione di un film) a partire dalla forma del contenuto di Nome di donna. Ma testo e contesto non sono la stessa cosa, come la stessa cosa non sono mai il film e il “cineforum”. Contribuiscono all’intento del regista le prestazioni discrete e coerenti degli attori, mai sovraccariche di senso e aderenti al valore dialettico dei personaggi: la Capotondi nel ruolo della giovane donna, restauratrice di mestiere, dolce nell’aspetto, affettuosa con la sua bambina (avuta da un uomo che ha creduto bene di lasciare alla mamma la responsabilità e l’incombenza della crescita della figlia) e con il nuovo amante, architetto (Stefano Scandaletti), il quale discretamente la rispetta; e Valerio Binasco, nei panni del Dottor (soltanto ragioniere, in realtà) Torri, direttore di una residenza di lusso per anziani, nella bassa lombarda, non lontano da Milano. Segnalata da Don Gino (Renato Sarti), Nina viene accettata in prova come inserviente per una sostituzione di qualche mese.  Nella struttura, in un ambiente molto “perbene”, avrà modo di verificare sulla propria pelle il grado di sottomissione accettato dalle colleghe verso la dirigenza. Consapevole del comportamento oppressivo di Torri, don Roberto Ferrari (Bebo Storti), cura l’amministrazione, paludandosi dietro atteggiamenti “pedagogici”. Fatta oggetto di avances piuttosto aggressive, Nina non rinuncerà a intraprendere un’azione legale contro Torri, sostenuta dal sindacato e soprattutto dall’avvocatessa Tina Della Rovere (Michela Cescon). Valido e spiritoso l’appoggio morale di Ines (Adriana Asti), ex attrice, ospite della casa: “Ai miei tempi – dice – le aggressioni si chiamavano complimenti”. Assistiamo anche al dibattimento in tribunale (sulle tracce di un certo cinema americano, ma con andamento più sbrigativo). Nel giorno della sentenza, in Corte d’Assise, l’appuntamento con le telecamere del Tg è inevitabile. Finite le riprese, la telecronista domanda al suo capo: “Sono andata bene?”. La risposta: “Sì, bene. Ma dovresti essere un po’ più…”. E le mette una mano sul fianco.

Franco Pecori

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8 marzo 2018