La complessità del senso
24 08 2017

Viva la libertà

Viva la libertà
Regia Roberto Andò, 2013
Sceneggiatura Roberto Andò, Angelo Pasquini.
Fotografia Maurizio Calvesi
Attori Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Anna Bonaiuto, Eric Trung Nguyen, Judith Davis, Andrea Renzi, Gianrico Tedeschi, Massimo De Francovich, Renato Scarpa, Lucia Mascino, Giulia Andò, Stella Kent.

La storia e la pazzia, la politica e il suo doppio. Roberto Andò (Sotto falso nome 2004, Viaggio segreto 2006) va sul difficile senza paura e, con l’aiuto determinante di Toni Servillo impegnato in un doppio ruolo, riesce a darci un saggio filosofico di una certa profondità e perfino divertente. Scrittore (il film è tratto dal suo romanzo “Il trono vuoto”, Bompiani 2012) e regista teatrale (Calvino, Mozart, Brecht, Sciascia, Shakespeare, Pinter), l’autore ha fiutato nell’aria un tema sottostante al disagio diffuso del momento storico che stiamo vivendo, specialmente in Italia, a livello sociale e individuale: il tema dell’assenza, della latitanza dall’impegno, della responsabilità e, più implicitamente, della fuga nelle convenienze egoistiche. In un quadro di inazione generale, l’opportunismo può prendere più facilmente il sopravvento. Vale per tutte le sfere della vita e soprattutto, forse, in politica, dove i conti con la storia, per paradosso, si fanno quotidianamente. Ad apertura di film, vediamo Enrico Oliveri (Servillo 1), segretario del partito d’opposizione, prendere atto delle difficoltà che si prospettano in vista delle imminenti elezioni. Con aria depressa, confessa di avere bisogno “di un po’ di tempo per respirare” e sparisce dalla circolazione, mettendo nei pasticci Andrea Bottini, il suo collaboratore più vicino (Valerio Mastandrea). Ma Oliveri non è solo, tutt’altro: ha un fratello gemello, Giovanni, filosofo dal carattere un po’ eccentrico e sofferente per una forma depressiva che lo ha costretto a cure specifiche di cui porta il segno. L’urgenza dell’attualità politica costringe Bottini, con la complicità della moglie di Oliveri, Anna (Michela Cescon), a prendere una decisione ardita, giacché bisogna in qualche modo riempire l’improvviso vuoto lasciato dal segretario del partito in piena campagna elettorale. Giovanni (Servillo 2) prenderà il posto di Enrico, anche oltre il ruolo di controfigura. L’operazione sembra piena di rischi, dato il modo di agire del segretario, figura moderata e riflessiva. Ma la sostituzione avrà esiti sorprendenti. Giovanni sente che la circostanza è per sé anche l’occasione di un riscatto profondo, intimo, che riguarda la fase di un amore lontano, vissuto e sofferto in comune col fratello. Non sa nemmeno lui quale esito pratico potrà avere la svolta che gli si presenta, ma si tuffa con beffardo entusiasmo nella scena politica, immettendovi una superdose di straordinaria sincerità, pronunciando parole che rompono il quadro di una compostezza ormai perdente e arrivando, nel comizio finale di Piazza San Giovanni a Roma, a sostituire il solito discorso convenzionale con la poesia di Bertolt Brecht, “A chi esita”: «Dici per noi va male. Il buio / cresce. Le forze scemano… Siamo dei sopravvissuti, respinti / via dalla corrente?… Non aspettarti / nessuna risposta oltre la tua». Con grande maestria Toni Servillo prende e lascia, lascia e prende il doppio ruolo, rinviando all’uno e all’altro dei gemelli le ragioni intime e storiche della loro vicenda esemplare e squilibrata, misteriosa e trasparente. Non a caso Enrico si rifugia, per “respirare”, da Danielle (Valeria Bruni Tedeschi), suo vecchio amore mai dimenticato e condiviso proprio con Giovanni. Quando poi torna nel suo ufficio a Roma, vede che Bottini è cambiato (bravo Mastandrea nel gestire le sfumature del cambiamento), si accorge della novità, ne prende atto e lascia a noi il seguito della partita tra storia e “pazzia”. Altrettanto fa il regista con lo spettatore, gli offre il genio di Servillo con spiritosa delicatezza, come sollevandolo dalla drammatica simbologia de Il divo (Paolo Sorrentino, 2008), per una lettura della politica in quasi-commedia, con sorridente sarcasmo e paradossale ambiguità.

Franco Pecori

Print Friendly

14 febbraio 2013