La complessità del senso
19 11 2017

Vittoria e Abdul

Victoria and Abdul
Regia Stephen Frears, 2017
Sceneggiatura Lee Hall
Fotografia Danny Cohen
Attori Judi Dench, Ali Fazal, Eddie Izzard, Adeel Aktar, Tim Pigott-Smith, Olivia Williams, Fenella Woolgar, Paul Higgins, Robin Soans, Julian Wadham, Simon Callow, Michael Gambin, Jonathan Harden, Sukh Ojla, Penny Ryder, Sophie Trott, Ruth McCabe.

Fine Ottocento. Alexandrina Victoria (Judi Dench) del Regno Unito (1819-1901) viene a sapere qualcosa della Storia, qualcosa che riguarda, nientemeno, la civiltà dell’India, grande paese di cui è imperatrice, proprio da un umile commesso indù, Abdul Karim (Ali Fazal), incaricato di consegnare una moneta cerimoniale per le celebrazioni del Giubileo d’oro della regina. Un indiano alla corte d’Inghilterra, vestito in modo strano e incuriosito dai sontuosi, complicatissimi e rigidi riti che regolano la vita formale del Palazzo: sembra incredibile che il giovane, timido e osservante ma non “sottomesso”, possa stabilire un contatto umano con la sovrana. E invece succederà. La vicinanza sarà possibile, nelle pieghe delle ritualità quotidiane, proprio grazie alle “notizie” che il giovane “lunare”, alto e bello, fornisce all’anziana signora, nei dialoghi sempre più appartati che stravolgono la compassata osservanza della corte. La “sfruttatrice di un quarto dell’umanità” (in tali termini l’altro inviato dall’India a far compagnia ad Abdul tenta invano di ribellarsi alla “noia” di un soggiorno che minaccia di protrarsi) finirà perfino a imparare i rudimenti di una lingua così straniera, lontana, misteriosa. Man mano che la fiaba prende corpo, la regia di Stephen Frears (My Beautiful Laundrette 1985, Piccoli affari sporchi 2002, Philomena 2013) ci presenta la realtà possibile, la scomposizione e ricomposizione di contraddizioni di cui la vecchia signora non sospettava l’esistenza, la dimensione praticabile di una “convivenza” culturale, la simpatia di mondi lontani per destino non solo formale e tuttavia avvicinabili su parametri interni, su intenzionalità profonde e nuove. Vittoria e Abdul è una grande lezione di Filosofia della Storia, tenuta con mano leggera, ma senza mai rischiare uno scivolo volgare (nel senso di volgarizzazione), né tantomeno traduzioni macchiettistiche ad uso di risarcimenti verso il vasto pubblico del cinema. Il merito di un’attrice come la Dench non va certo sottovalutato, ma è l’impianto – la costruzione narrativa sul filo di un’ironia sottile che ritesse con raffinate e puntuali riflessioni la trama di eventi  “irrilevanti” -, è l’impianto riflessivo del racconto a suggerire la lettura del contesto più sensata e l’interpretazione analogica niente affatto impertinente. L’interprete ci mette tutta la sua esperienza e bravura, suggellando a volte con un solo piccolo gesto contrasti dialettici altrimenti portatori di ridondanza. Entro tale quadro estetico (precisiamo ogni volta che il temine non riduce il problema della Bellezza), il tema della strana amicizia tra Vittoria e Abdul – attrazioni non convenzionali – implica correlazioni nient’affatto banali. Del resto, da un autore come  Frears non possiamo certo attenderci indicatori unidirezionali. Le sequenze che accompagnano la regina sul letto di morte riavviano – per così dire – la macchina del senso formale, recuperando la piena ritualità dell’eccezione e consegnando al futuro di Abdul una responsabilità dialettica che tocca a noi, spettatori oggi, prendere in eredità. [Venezia 2017, Fuori Concorso]

Franco Pecori 

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26 ottobre 2017