La complessità del senso
18 10 2017

Il giovane favoloso

film_ilgiovanefavolosoIl giovane favoloso
Regia Mario Martone
Sceneggiatura Mario Martone, Ippolita di Majo
Fotografia Renato Berta
Attori Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizia, Anna Mouglalis, Valerio Binasco, Paolo Graziosi, Iaia Forte, Sandro Lombardi, Raffaella Giordano, Edoardo Natoli, Federica de Cola, Isabella Ragonese, Giovanni Ludeno, Giorgia Salari, Gloria Ghergo.
Premi Venezia 2014: Premio Pasinetti, at/atr Elio Germano e Alba Rohrwacher (ex aequo).

La locandina non tragga in inganno. Il Leopardi di Martone non è un Leopardi “capovolto”, è piuttosto – questo è vero – un Giacomo Leopardi che non si è studiato a scuola (alle eccezioni ripescate adesso nella memoria di qualche insegnante liceale siamo propensi a non credere). Osserviamo subito che nel film non v’è traccia di Sabato del villaggio né di Passero solitario e non sono le sole apparenti trascuratezze. C’è la luna, c’è il colle dell’infinito, c’è nel finale la ginestra mentre i muri tremano per la lava del Vesuvio. E ci sono molte altre parole, distillate con scienza e tratte senza eccezione dai testi del poeta, il quale com’è noto non scrisse solo versi, ma uomo del proprio tempo vi visse in avanti negandosi all’onda romantica e rischiando, per sincerità irrinunciabile, a fronte dei conformismi “rivoluzionari”. La società letteraria, i padroni dei premi, ebbero paura della sua “infelicità” e gli rifiutarono il riconoscimento che avrebbe meritato, ma Giacomo non arretrò di un millimetro, controbattendo con feroce ironia di non riuscire a vedere masse felici, composte da individui infelici. Dunque la coscienza soprattuto, il lavoro intellettuale, la ricerca. E il film di Mario Martone si fonda su un’impagabile serietà di studio. Il giovane è favoloso non perché abbia raccontato favole né perché della sua figura si sia tramandata una favola, bensì per i tanti e ancora “inimmaginabili” rimandi possibili che la sua sensibilità e intelligenza offrono finalmente a quanti vogliano dedicarsi allo studio non bignamesco dei testi. Se ne otterrà una favola, un racconto, nutrito di ragionamenti e produttore di senso, tutto utilizzabile per la poesia ancora da fare (poieo=faccio, in greco). La serietà scientifica e la capacità poetica di Martone scavalcano di netto le preoccupazioni e i dubbi di coloro che si sono domandati, prima di vedere il film, come si potesse “filmare la poesia”. Semplice: la poesia non si filma, si fa. E si fa anche col cinema, quel cinema che sin dai propri inizi ha avuto da combattere nel confronto insensato con la letteratura, quasi che la dignità dell’arte potesse essere attribuita a un linguaggio più che ad un altro. Tra le pieghe della pigrizia fa ancora capolino, a volte, il primitivo pregiudizio. Il giovane favoloso contiene il genere cinematografico (storico/biografico) e lo utilizza in funzione espressiva, Martone cerca implacabilmente la consustanzialità pensiero-espressione nella poesia leopardiana, la quale sta sì nei versi ma anche nella passione quotidiana del giovane non disponibile alle compromissioni “sentimentali”, pur giocando in prima persona e fino in fondo la partita del pathos (sofferenze e anche gioie, strappate ai dolori fisici e autobiografici). “Nel pensier mi fingo”, punto essenziale del momento alto del canto, è anche – e non potrebbe non essere – la chiave teoretica generale della metafora, cioè di ogni poesia. E’ per questo che la “favolosità” del poeta si offre a un lavoro non retorico ma di scarto essenziale, che si traduce in un recupero illuminante di ogni angolo e di ogni muro di Recanati, del paese che non ha bisogno, nel film, di essere ridisegnato da una scenografia manieristica accentuatrice né didascalica (ottimo il lavoro di Giancarlo Muselli), né di un’illuminazione “teatrale” (si conosce la grandezza di Renato Berta, direttore della fotografia di maestri come Jean-Marie Straub, di Alain Resnais, Manoel de Oliveira). Guardandosi bene dall’illustrazione turistica, il regista pensa soltanto alla traccia del pensiero leopardiano, evitando pedinamenti libreschi pur soffermandosi a lungo nelle stanze della libreria di Monaldo, e approdando con semplicità miracolosa (favolosa) all’apparente naturalezza del parlare che il protagonista offre all’orecchio attento dello spettatore. Qui interviene l’intelligenza, diremmo la bravura intelligente (ma può non essere intelligente la bravura?) di Elio Germano. Alle prese con un materiale espressivo facile al rischio della tipizzazione, l’attore si carica del compito di prestare il proprio corpo a quello del poeta in maniera non naturalistica. Il Giacomo di Germano non è un personaggio a “tutto tondo”, è spigoloso e non-finito, è il corpo stesso della complessità della vita, laddove la vita, più spesso che non si creda, produce in noi (e in Leopardi, certo) dolori, sensazioni, ansie, gioie, sogni, incubi, aspirazioni non facilmente traducibili in stereotipo. La recitazione di Elio Germano sfiora punti estremi e non li tocca, lo sguardo dell’attore, pur dritto e onesto di fronte al pubblico, non è mai arrogante, a momenti sembra quasi chiedere scusa per doversi applicare così in profondità. E il risultato è una voce che non-recita, non-recita nemmeno la “naturalezza”, una voce che quando arriva il verso del poeta ci conquista fino alla commozione senza tuttavia “chiamare” la lacrima. L’arte dell’attore si congiunge diremmo quasi carnalmente con la fantasia del regista, le cui invenzioni figurative intervengono nei momenti salienti (sia chiaro che comunque non si esce dal controllo emozionale, non si attinge ad alcun tipo di ruffianeria immaginativa o caldeidoscopica) a rilanciare la cifra poetica in quadri di una natura nutriente di senso – si pensi al Giacomo sul suo “caro colle”, o nella parte finale davanti al mare tempestoso, si pensi all’innamorato muto (sappiamo dei versi, ma non ora e mai nel film, ché sarebbe inutile ridondanza) davanti al corpo di Silvia, si pensi all’intensità del sentimento trasognato per Fanny Targioni Tozzetti/Anna Mouglalis con quei giardini fiorentini così distanti e immeritevoli, si pensi al parallelo delle due sorelle, di Giacomo e di Ranieri (Federica de Cola e Isabella Ragonese), giocato sulla discreta somiglianza dei volti e degli atteggiamenti, si pensi al complessivo senso di irrispettabile ottusità che trasuda dalle pareti di casa Leopardi, a fronte di uno spiraglio di luce da una finestra aperta. E il tutto è riassumibile nelle parole di Leopardi/Germano, quando sintetizzano: “Vivono fino alla morte solo quei morti che conservano un fanciullo dentro di sé”. La poesia si fa.

Franco Pecori

FILMARE LA POESIA?

 

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16 ottobre 2014