La complessità del senso
22 09 2018

La profezia dell’armadillo

La profezia dell’armadillo
Regia Emanuele Scaringi, 2016
Sceneggiatura Michele Rech, Johnny Palomba, Oscar Glioti, Valerio Mastandrea
Fotografia Gherardo Gossi
Attori Simone Liberati, Pietro Castellitto, Laura Morante, Valerio Aprea, Claudia Pandolfi, Teco Celio, Diana Del Bufalo, Kasia Smitniak, Vincent Candela, Adriano Panatta, Samuele Biscossi.

Fanno tenerezza, sono simpatici, riconoscibili e astratti insieme, vengono dalla grafic novel di Zerocalcare (Michele Rech) e vivono una vita di finzione, rappresentativa. Zero e Secco sono simpatici, cioè ci riguardano, il loro linguaggio corrisponde alle idee e ai modi di vivere che per via traversa sono anche nostre e nostri. Viviamo in un mondo speciale, virtuale? Sì, se intendiamo la parola non in senso tecnico specifico ma in senso più ampio, filosofico (derivato comunque dallo status tecnologico che rispecchia e determina il primo senso). I due protagonisti – bravissimi Simone Liberati e Pietro Castellitto – appaiono coscienti, soprattutto Zero, della propria condizione, la quale al tempo di Antonioni si sarebbe inquadrata sotto il tema dell’incomunicabilità (tra strati, fasce, classi sociali). Si tratta della nostra condizione, di tutti noi che al mattino ci prepariamo alla giornata e uscendo di casa affrontiamo il con-testo. Direte voi: un esercizio di lettura? Sì, inteso nella prospettiva più implicativa possibile, cioè di gente la cui identità è determinata dalle contraddizioni e dall’autoriproduzione del senso. L’armadillo è un animale strano, qui stranissimo perché personaggio comprimario, palesemente fictionale e tuttavia compagno coscenzioso e vivo nella quotidianità interiore (quella che si chiamava coscienza) di Zero. Dall’armadillo vengono al ragazzo spunti dialettici importanti eppure leggeri, indirizzi problematici che non danno fastidio bensì aiutano a sopportare alla meglio gli intoppi della crescita. Crescita che si perpetua e non arriva mai al dunque, come accade alla generazione degli adolescenti di oggi, il cui passaggio sembra non dover mai terminare – il ragazzo del film ha 27 anni e quotidianamente si confronta con i problemi pratici di un lavoro che non arriva, che non soddisfa, che non corrisponde all’immaginario che lo produrrebbe, se occasione concreta si presentasse. Secco ha rinunciato, si direbbe, anche al barlume di “normalità” storica possibile in quel tratto periferico dove gli tocca vivere insieme all’amico: si spruzza spray al peperoncino sulla faccia invece che impasticcarsi o peggio, anche per dire a sé e agli altri che il paradosso sta sul ciglio del baratro. Nel complesso, la situazione è metaforica totale. Il linguaggio dei due ragazzi è concreto e allusivo insieme, sintetico e smozzicato, coerente nella sua complessa indeterminatezza, il filo di equilibrio del racconto cinematografico accetta la sfida dell’astrazione, necessaria al riconoscimento e indispensabile all’indicazione di lettura. Inutile qui elencare le figure del vivere contestate durante il film, in nome di un’impossibile uscita dalla convenzione. La lotta è perfino cruenta, ma – qui il merito più vistoso e gradevole – si svolge con “leggerezza”, producendo simpatia e, appunto, tenerezza. Perfino non necessaria la parte che riguarda il lutto improvviso di Zero per la morte dell’amichetta d’infanzia, alla quale non ha potuto mai dire “ti amo”. I flash che riguardano il tema parentetico non incidono più di tanto (per fortuna) nel corpo problematico, sostanziale, del film (opera prima segnalabile anche come augurio di buon proseguimento): l’istanza teoretica della risoluzione della metafora, cioè del livello di transfert che segna ogni momento della vita, da “cosa” a linguaggio. Proprio all’inizio ascoltiamo una battuta “profetica”, di cui l’armadillo non può e non potrà essere anche lui cosciente: “Basta con le metafore, l’etica del lavoro è superata”. E’ implicita la necessità di un elastico fuori-dentro-fuori, di cui il linguaggio si nutre. E la vita, ovvio. Impossibili le profezie, la coscienza deve vivere nella propria metafora. [Venezia 2018, Orizzonti]

Franco Pecori

 

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13 settembre 2018