La complessità del senso
23 09 2019

Il corriere – The Mule

The Mule
Regia Clint Eastwood, 2018
Sceneggiatura Nick Schenk
Fotografia Yves Bélanger
Attori Clint Eastwood, Bradley Cooper, Taissa Farmiga, Michael Peña, Laurence Fishburne, Ignacio Serricchio, Alison Eastwood, Dianne Wiest, Robert LaSardo, Lobo Sebastian, Andy Garcia, Dylan Kussman.

Earl Stone (Clint Eastwood) ha fatto la guerra e ama coltivare fiori. Li vende e vince premi. Ma ora l’internet-tsunami gli toglie il lavoro. Quasi novantenne, Earl non trova simpatia in famiglia, se n’è andato sempre in giro, ha trascurato la moglie (Dianne Wiest), la figlia (Alison Eastwood) e perfino le sorti della nipote (Taissa Farmiga) non sono al primo posto nei suoi doveri. Non stenterà, il vecchio Earl, ad ammettere: «Pensavo fosse più importante essere “qualcuno” da un’altra parte invece del fallimento che ero a casa mia». Senza più un soldo, gli è rimasta la vecchia casa, molto simile a quella di Walt Kowalski (il protagonista di Gran Torino 2008) e il suo furgone, scassato com’è, minaccia di lasciarlo presto. Anche il locale dove si ritrovano i veterani non gliela fa più e dovrà chiudere. Con indifferenza, o facendo finta di niente, Earl accetta di trasportare droga per un cartello messicano. Segue le regole d’ingaggio, si fa i fatti suoi, nessuno sospetterà che a portare a destinazione i borsoni pieni di sostanza proibita sia quell’uomo “qualunque”, in età così avanzata. Di viaggio in viaggio, nelle tasche del “corriere” entrano sempre più soldi. Earl, contrarissimo all’imperialismo del telefono cellulare, si piega anche a tenerne in tasca uno per essere rintracciabile dai suoi controllori. È la regola. Da qui in poi, meglio non raccontare. Ci divertiamo a seguire il seguito del paradosso, a tratti prevalendo la commedia, ma sempre restando il racconto nella tensione del thriller, perché il Male (la droga) è in agguato e non perdona. Earl se la spassa sempre di più, grazie alla “simpatia” che il gran capo del traffico gli dimostra, mettendo finanche a rischio il suo vecchio cuore con l’omaggio che gli viene fatto, di assistenze piacevoli in camera da letto. Mentre per il “mulo” cresce la felicità del vivere, cresce l’ansia dell’agente della DEA, Colin Bates (Bradley Cooper), da poco trasferito all’antigroda e investito del compito di fermare finalmente l’introvabile corriere. La sceneggiatura, firmata dalla stessa penna di Gran Torino, tocca un massimo di coinvolgimento emotivo – l’altro momento sarà più avanti, al capezzale della moglie malata- , nell’incontro casuale dei due personaggi al bar durante la sosta in un albergo. Bates non sospetta che Earl sia l’uomo al quale sta dando la caccia, Earl non sa nemmeno di essere nel mirino (o continua a far finta di niente?). Anche l’agente antidroga sta dando forse troppo spazio al lavoro a scapito della famiglia. Si capirà come Eastwood non si stanchi di tirare il filo di una morale difficile quanto chiara e non così scontata quanto “facile”. Fiori da premio e droga da spaccio nello stesso giardino sono in conflitto. E una famiglia trascurata non può essere il solo male del mondo. È forse questa la ragione di un senso strano, di avventurosa suspence etica, che la commedia denuncia lasciando al grandissimo Eastwood l'”impossibile” compito di indovinare la mossa in una partita dove, come negli scacchi, non vi sono molte possibilità. Nessuno si illude, durante il film, che il “mulo”, alla fine, possa farla franca. La droga non potrà vincere, non è Earl Stone l’uomo del compromesso. La chiusura richiama alla mente il finale di Grand Torino, non tanto perché “la Famiglia” vince, quanto perché ancora una volta l’ “Uomo onesto” è solo con il proprio destino. Ricordiamo quell’accendino nel buio di dieci anni fa, quasi un invito provocatorio, una sfida ai torti della tracotanza. Il filo conservatore di Eastwood non si è spezzato, il regista stesso lo tira per dare voce di responsabilità al suo corriere. E quanto alla regia, l’autore di capolavori come Mystic River, Million Dollar Baby, Flags of Our Fathers, Lettere da Iwo Jima, Gran Torino dimostra di conservare il tratto secco, discreto e ora anche leggero, buono per trasmettere in trasparenza il sogno di un’America (di un mondo?) non disponibile al compromesso.

Franco Pecori

 

Print Friendly, PDF & Email

7 febbraio 2019