La complessità del senso
19 07 2018

Napoli velata

Napoli velata
Regia Ferzan Özpetek, 2017
Sceneggiatura Valia Santella, Ferzan Özpetek, Gianni Romoli
Fotografia Gian Filippo Corticelli
Attori Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Borghi, Anna Bonaiuto, Peppe Barra, Biagio Forestieri, Luisa Ranieri, Maria Pia Calzone, Carmine Recano, Angela Pagano, Maria Luisa Santella, Loredana Cannata, Lina Sastri, Isabella Ferrari, Angela Pagano, Antonio Grosso, Antonio Braucci, Gigi De Luca, Daniele Foresi, Rosaria De Dicco, Valerio Foglia Manzillo.

Thriller di poesia. È un parametro di stampo pasoliniano (cinema di prosa, cinema di poesia) che sul piano teoretico non reggeva a suo tempo e meno che mai oggi. Ma per intendersi è forse ancora utile verso film come questo di Ferzan Özpetek, dove la narrazione lascia la chiave interpretativa alla rappresentazione e dove l’estetica (αἴσθησις, aisthèsis, sensazione, sentimento) è protagonista. Femminielli barocchi, voluttà trasognate, teatri vitali, musei credenziali, copule umide, tatuaggi sui fianchi, cadenze musicali, storie della città interna, un marito muore. Lo uccide la moglie. È l’inizio, ma non è così facile. Obitorio. Appuntamento mancato, ossessione. Il segreto ha i passi leggeri, ticchettano per la via, finale irrecuperabile. Özpetek napoletano. Colore denso, memoria riattinta nei sensi: “La gente non sopporta troppa verità”. Velatura rivelatrice. Il bambinello che il femminiello dà alla luce definisce, introduce e svanisce, cava gli occhi a chi “non è proprio un santo”, il finto neonato è verità da credere, è inganno necessario, è capriola del sangue, è fratello gemello, non ama univocità, esige ritorno, sparisce al richiamo, prefigura deformazione, è incubo felliniano di un cinema dialettale non dialettico, voluttuoso progetto di un sunto impossibile, allusivo e cadenzato. Orrororo nero nel giallothriller, femmina maschio di un parto involuto, vocazionale, veggente. Archeologie per un futuro che non viene. Andrea (Alessandro Borghi), “non proprio un santo”. Non fateci dire Amore e Morte, non ci costringete a sessualità diagonali, non raccontateci storie di zie sopravvissute, bloccate nella magia della voluttà familiare, nell’abisso della rinuncia, nel salto suicida. Misteri della chiarezza, gemellaggi partoriti dalla fantasia melmosa di un creativo senza tregua, di un montatore avanzato nei materiali del ritorno, nuotatore nel magma della sofferenza cadente in indagine progressiva senza fine, nella rinascita non fallita, nel godimento mitico. Ah la sinossi! Non venite a lasciarla nel pozzo dove il cinema si fa film, dove Ferzan non si smarrisca, o perderà speranza. Lasciatela nei vicoli, con Adriana (Giovanna Mezzogiorno) folle sempre, immaginosa e viva, fotogrammata in un’ombra di godimento incompiuto. Raccontalo tu il film, non ti vogliamo risparmiare la fatica. Ripeti tu la tombola “vajassa” con i numeri di Özpetek. Il regista di La finestra di fronte riattinge a Giovanna, fa cantare, dopo Giorgia, Arisa. Vasame, bellissima canzone di Enzo Gragnaniello: “Baciami, credimi, o non ti cerco più…”.  Adriana recita, ecco. Eccome. Recita per amore d’un trafficante d’arte clandestina, entra in un delitto e ne esce, forse ne è uscita e perciò vi entra. Il problema è suo ma ci siamo anche noi. Siamo a Napoli e siamo ad Adriana. Con lei c’è Andrea, due volte forse, ma non ci dà fastidio, è un tutt’uno. Una città dove un sorso di limonata. E Pasquale (Peppe Barra, mito egli stesso) muore di cuore. Napoli, un velo. Napoli musica viva (Pasquale Catalano) e un occhio che ci guarda.

Franco Pecori

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28 dicembre 2017