La complessità del senso
18 12 2018

Ride

Ride
Regia Valerio Mastandrea, 2018
Sceneggiatura Valerio Mastandrea, Enrico Audenino
Fotografia Andrea Fastella
Attori Chiara Martegiani, Arturo Marchetti, Renato Carpentieri, Stefano Dionisi, Milena Vukotic, Mattia Stramazzi, Walter Toschi, Giancarlo Porcacchia, Silvia Gallerano, Emanuele Bevilacqua, Milena Mancini, Giordano De Plano, Lino Musella.

“Domani c’è la Televisione, ci sarà tanta gente, tu ti vesti di nero?”. Due bambini si preparano al funerale di un giovane operaio, Mario Secondari, padre di Bruno (Arturo Marchetti), uno dei due: fanno le prove in terrazza, come fosse un’intervista con microfono e telecamera. Intanto si raccontano i primi segreti d’amore. Il linguaggio è quello dell’immaginario standard, assorbito appunto dalle cronache televisive. La vittima da piangere, ennesimo incidente sul lavoro, era uno dei figli di Cesare (Renato Carpentieri), il vecchio padrone della fabbrica. Mario aveva voluto sempre seguirlo da vicino e il padre lo aveva preferito al suo fratello Nicola (Stefano Dionisi). Carolina (Chiara Martegiani), la madre di Bruno, è la giovane vedova. Domani c’è il funerale, ma da una settimana lei non riesce a piangere, ride perfino. Intorno, il mondo gira secondo le ritualità sostitutive dei “reali” sentimenti e presenta le sue contraddizioni, vissute e “recitate” secondo copione. Siamo a Nettuno, Cesare insieme a due vecchi amici e compagni cucina le vongole, violentandole un po’: “ma sono vive – lo rimprovera l’amico – “faje ‘na carezza!”. Generazione appassionata e impegnata, più tardi si domanderanno: “Sarà vero che non semo serviti a un cazzo?”. Una coppia di amici bussa alla porta di Carolina con una teglia di pasta al forno e con la confessione di un amore finito. L’abbraccio alla vedova è surreale e implicitamente sarcastico, un puro “Mastandrea”  per una “Fine che tira l’Altra”. Compare anche un “primo amore” di Mario, Sonia (Silvia Gallerano): lei sì che piange e si dispera, senza però riuscire a scomporre il blocco di Carolina, la quale, tra soggiorno e cucina,  apparecchia per il suo uomo che non c’è più. La viene a trovare Nicola, è lui che si accomoda e gira la forchetta nel piatto di spaghetti che non ci sono (libertà per i cinefili). È molto amareggiato, Nicola. Va cercare Cesare portando con sé una pistola nera. Non vogliamo pensare alla P38. Certo, lo scontro figlio-padre sarà duro. Ancora una grande prova d’attore di Carpentieri (basterà ricordare La tenerezza 2016, di Gianni Amelio). Il vecchio resiste al turbamento e decide di sottrarre il corpo di Mario allo Stato. Intanto Carolina si deterge il trucco che Ada (Milena Vukotic) le ha “imposto”, predicando il rispetto della presenza scenica per l’indomani (“Non devi smettere di essere una donna perché ti è morto il marito”). E finalmente una lacrima scende. E pioverà, sapeste come pioverà in casa, sul divano, uno scroscio surreale e liberatorio per tutti, insieme a Carolina, magari sotto il provvidenziale ombrello Bruno, il bambino, ultimo non ultimo. Immagine simbolica, metafora, chiusura benevola. Fate voi. Il regista, alla prima prova dietro la macchina da presa, lascia tracce proprie di attore, vistose, in tutta la prima parte del film, affidandosi alla netta bravura di Chiara Martegiani (la Allegra di Meno male che ci sei 2009, di Luis Prieto) per tradurre la riconoscibile ispirazione allusiva in tratti di pura cancellazione. Quando poi il lavoro sui codici si deve fare racconto-racconto, il film piega verso indicazioni di contenuto si stampo realista non pienamente risolte. [Torino Film Festival 2018, concorso]

Franco Pecori

Print Friendly

29 novembre 2018