La complessità del senso
17 12 2017

Mommy

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Regia Xavier Dolan, 2014
Sceneggiatura Xavier Dolan
Fotografia André Turpin
Attori Antoine-Olivier Pilon, Anne Dorval, Suzanne Clément, Patrick Huard, Alexandre Goyette, Michele Lituac, Viviane Pacal, Nathalie Hamel-Roy.
Premi Cannes 2014 concorso: Prix du Jury.

Il venticinquenne regista franco-canadese Xavier Dolan, frequentatore di festival e premiato a Cannes (Laurence Anyways 2012) e a Venezia (Tom à la ferme 2013), torna esplicitamente sul tema che più gli è caro, per sua esplicita ammissione:  «Ho deciso di rimanere nel campo delle cose che conosco», dice riferendosi specialmente ai rapporti con la madre. E aggiunge: «Ai tempi di J’ai tué ma mère, sentivo di voler punire mia madre, da allora sono passati solo cinque anni e credo che stia cercando di farla vendicare». Alla bravissima Anne Dorval è affidato il ruolo di Diane, vedova da tre anni, ancora giovane, costretta a vivere sul filo dell’impossibile, prigioniera della pesantissima presenza del figlio Steve (Antoine-Olivier Pilon), quindicenne in preda alla sindrome da deficit di attenzione. Il ragazzo è continuamente sull’orlo di crisi violente, è un problema fargli seguire il normale corso di studi e, più in generale, ha bisogno di essere guardato a vista affinché non compia gesti irreparabili. Tuttavia Diane ha deciso di impedire in tutti i modi che Steve venga rinchiuso di nuovo in una struttura costrittiva. E’ una donna dal carattere forte e dalla sensualità spiccata, tratta il figlio con una naturalezza perfino sfrontata, gestendone i comportamenti con autorevolezza e dolcezza insieme. Guidati con discrezione dalle sequenze descrittive di una quotidianità eccentrica forzosamente delimitata dal formato “quadrato perfetto” (1:1), scelto da Dolan con una punta di snobismo cinefilo, entriamo in un’attesa alquanto ansiogena, aspettandoci che da un momento all’altro il rapporto madre-figlio possa finire in una zuffa incontenibile. Il merito del regista è di non lasciare che la dinamica domestica si arresti sul limite di un susseguirsi meccanico di azioni rischiose, riusciamo invece ad avvicinarci progressivamente all’interiorità dei personaggi, condividendone le sensazioni, la principale delle quali è una sorta di triste consapevolezza che si stia assistendo a una vita strozzata e senza sbocchi contestuali. Uno spiraglio si apre improvvisamente quando entra in rapporto con i due la giovane vicina di casa, Kyla (Suzanne Clément), timida e discreta all’apparenza (soffre anche di una forma evidente di balbuzie), ma decisa nel comportamento e intelligente nel comprendere la situazione di Steve e di sua madre. Inevitabile l’affezione, il rapporto diviene a tre, con un “sottopelle” sensuale sempre presente e a tratti quasi-esplosivo. Dolan si dilunga, senza compiacimenti, nella registrazione del progredire interno di quella vita “speciale”, fatta di gesti, parole e silenzi tutti racchiusi nell’implicita accettazione (così sembra) delle condizioni anche autodeterminatesi strada facendo. Forse una punta di spettacolarizzazione gonfia un po’ il film in qualche ripetitività non necessaria, ma certo gli interpreti sono bravissimi nel lasciarsi “vivere”, immedesimati nell’eccentricità dei ruoli. Poi, quando lo spettacolo sembra doversi impadronire della forma fiabesca decisamente sovrastandola, ecco il finale, brusco e quasi scioccante, in cui “esplode” la decisione risolutiva della madre. Da non raccontare, ovvio. Sembra una chiusura ma è in realtà l’apertura verso un dibattito extrafilmico sui problemi di una società spesso incapace di armonizzare i propri disturbi. [designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Franco Pecori

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4 dicembre 2014