La complessità del senso
18 12 2017

Un re allo sbando

film_unreallosbandoKing of the Belgians
Regia Jessica Woodworth, Peter Brosens, 2016
Sceneggiatura Peter Brosens, Jessica Woodworth
Fotografia Ton Peters
Attori Peter Van den Begin, Bruno Georis, Lucie Debay, Titus De Voogdt, Pieter van der Houwen, Goran Radakovic, Nina Nikolina, Valentin Ganev.

Avevate mai immaginato di poter avere a che fare personalmente con i Balcani? I Balcani sono nella nostra vita di europei. L’esperienza poteva capitare solo al re del Belgio, Nicolas III. Attraverso di lui, grazie alla sua strana avventura – narrataci con ironica pazienza e con trabordante obiettività dal duo di registi acclamati nei festival, Jessica Woodworth e Peter Brosens (Khadak Leone del Futuro 2006, Altipiano Cannes 2009, La quinta stagione Venezia 2012) -, possiamo prendere coscienza di quanto possa essere surreale la vita comunitaria intesa a un certo livello. E però il surrealismo non è metodo poetico per i due autori (documentaristi all’origine della carriera), bensì è risultato poetico-critico, esito proposto attraverso una visione non-ingenua, composita, riflessiva per quanto spontanea all’apparenza, sulle radici/conseguenze di crocevia che la storia consegna allo spiritoso destino. Chi avrebbe mai pensato al re del Belgio? Invece, proprio quell’uomo, così schivo, impacciato nell’esecuzione dei suoi doveri regali, diremmo estraneo alle consapevolezze che il ruolo gli imporrebbe, si trova protagonista di un “dislocamento essenziale” – direbbero gli autori -, nel cuore di una commedia per cui s’accorge di essere capocomico involontario. Che il Belgio, sì il Belgio, avesse bisogno di una scrollatina alla propria apatia si poteva forse dubitare prima di aver visto in faccia il suo re (Peter Van den Begin, un Buster Keaton non americano). E questo è già un primo merito, essenziale, del film. Ma subito la regìa va oltre, provocando accadimenti insensati quanto insensato è nell’apparenza distratta il panorama socio-antropologico dello spettacolo quotidiano, della recita inconsapevole del quotidiano accadere, di quell’usuale di cui non ci accorgiamo mai essendovi noi immersi per volere di un “nemico” forse nascosto, il quale forse ci governa. Fatto sta che Nicolas decide di fare un giretto in Turchia, cioè di piombare nel cuore del problema e insomma di mettersi finalmente al corrente. Non va da solo, lo accompagna Duncan Lloyd (Pieter van der Houwen), regista inglese incaricato dal Palazzo di rammodernare l’immagine della monarchia; e lo accompagnano le figure essenziali per una trasferta del genere: Ludovic Moreau (Bruno Georis), uomo del protocollo, Louise Vancraeyenest (Lucie Debay), curatrice dell’immagine di Nicolas, e il cameriere personale di Sua Maestà, Carlos De Vos (Titus De Voogdt), l’unico di cui il re apprezzi davvero i consigli. La trasferta appare presto straniante, ma potrà assumere addirittura forma d’arte quando Duncan, ex corrispondente di guerra a Sarajevo divenuto paparazzo nel gossip di corte, intravede la possibilità di trasformare il viaggio in un film. Può succedere che una troupe di documentaristi scopra il senso del film che sta girando proprio mentre lo gira. E succede così che il confine tra “realtà”, ipotesi di realtà, ricerca del senso e interpretazione cinematografica, divenga una linea sottile e valicabile nelle due direzioni, in un suggerimento provocatorio per una riflessione sul destino di un regno. Il regno del Belgio, ma è chiaro che il Belgio del film non esiste veramente, o meglio è il vero Belgio di una nostra storia trasognata e micidiale, arresa all’inattualità, straniera all’evolversi dei fatti nel mosaico assurdo di un’Europa possibile. Tutto è diverso da come sembra, così sembra quando qualcosa succede. Infatti, Carlos III non fa quasi in tempo a mettere piede a Istanbul che un’insolita tempesta solare impedisce ogni comunicazione, aerei compresi. Il re vorrebbe tornare di corsa nel suo paese, data la notizia – ma guarda il destino! – della Vallonia, sì la Vallonia, che s’è dichiarata indipendente. Niente. Ci si mette in cammino con mezzi di fortuna e poi a piedi, fra la gente, via per la Bulgaria, la Serbia, il Montenegro, il kebab, lo yogurt, i cori folkloristici, i travestimenti e perfino la costa albanese. Si incontrano sapori, sorrisi e parole sconosciute, ci sarebbe da scavare nella vita delle persone, ma con quale diritto? Il re, intanto, s’impegna a riflettere assorto in sé, a scrivere finalmente di proprio pugno il discorso al suo popolo. [In concorso a Venezia 2016, sezione Orizzonti]

Franco Pecori

 

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9 febbraio 2017