La complessità del senso
18 12 2017

Still Life

film_stilllifeStill Life
Regia Uberto Pasolini, 2012
Sceneggiatura Uberto Pasolini
Fotografia Stefano Falivene
Attori Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan, Ciaran McIntyre, Neil D’Souza, Deborah Frances-White, Paul Anderson, Tim Potter.
Premi Venezia 2013, Orizzonti: Uberto Pasolini regia, Pasinetti film.

Non sono poche le persone che, venute meno al mondo, non vedono alcun parente o amico o conoscente al proprio funerale. Il signor John May si ritrova spesso solo, insieme al prete officiante, a seguire la cerimonia dedicata a quanti, abbandonati da tutti o per propria scelta o per intervenute disavventure, sono stati dimenticati. John May (Eddie Marsan) non fa che svolgere scrupolosamente e perfino con puntiglio il proprio lavoro per conto del Comune. Siamo nella South London di oggi, la vita scorre regolarmente. Solo nel proprio ufficio, John tiene in perfetto ordine i documenti relativi ai defunti, li raggruppa in singole cartelle. A ogni nuovo “caso” si preoccupa di recarsi a rintracciare persone che possano essere interessate a onorare la memoria dello scomparso, visita l’appartamento o il luogo dove si è verificato il decesso, raccoglie oggetti rimasti abbandonati, fotografie e quant’altro. Insomma cerca di riassemblare i pezzi di una vita finita male e di conservare indizi utili almeno alla sistemazione definitiva di una vicenda triste. Già di per sé l’idea di perseguire con puntiglio l’attività del protagonista, dandogli un volto come quello di Eddie Marsan, segnato da un magico equilibrio tra consapevole stupore e doverosa compassione umanitaria (l’attore è di una bravura strabiliante nell’immedesimazione), merita il titolo di un film d’autore. Ma, lasciando anche da parte il finale poetico che attende il protagonista, degno e coerente finale con tutta la sua vita trascorsa in bilico, sul ciglio di un probabile precipizio e/o di un necessario riscatto spirituale – è proprio giusto per John May, penserà lo spettatore, l’ultimo incontro risarcitorio con Kelly Stoke (Joanne Froggatt), la figlia di Billy Stoke, ultimo “caso” da chiudere prima dell’addio forzato (licenziamento per riduzione del personale) alla propria attività -, l’indice estetico di valore maggiormente spiccato è dato dall’uso della cinepresa, dal rapporto del cineocchio con la realtà circostante. Uberto Pasolini, al suo secondo lungometraggio dopo l’esordio ben accolto alle Giornate degli Autori di Venezia 2008 (Machan – La vera storia di una falsa squadra), mette in gioco la sua regia come una vera e propria sfida con i princìpi della costruzione metaforica. Le “conseguenze”, o se si vuole il portato della presenza profilmica all’interno dell’inquadratura, gli oggetti, i tempi e le incollature del montaggio, tutto è aperto a soluzioni non precostituite e, mentre tutto sembra assecondare l’intrusione dell’ovvio, ciascun particolare contrasta beneficamente con gli agguati del “previsto” e del “risaputo”. Nessuna banalità negli oggetti banali, ma nessuna “originalità” ricercata. Una specie di miracolo della tristezza del quotidiano, della solitudine pietosa, della compassione disinteressata. Ma sarà poi vero disinteresse? Non sarà, quella di John May, l’estrema difesa dalla vita e dai suoi imprevisti? Aspettatevene uno anche voi spettatori. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Franco Pecori

 

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12 dicembre 2013