La complessità del senso
18 12 2017

Gravity

film_gravityGravity
Regia Alfonso Cuarón, 2013
Sceneggiatura Alfonso Cuarón, Jonás Cuarón
Fotografia Emmanuel Lubezki
Attori Sandra Bullock, George Clooney
Premi Oscar 2014: Alfonso Cuarón regia, Emmanuel Lubezki foto.

Matt Kowalsky e Ryan Stone: la fine e il nuovo inizio. George Clooney e Sandra Bullock, chiusi nelle loro tute spaziali, lottano nel vuoto per la sopravvivenza contro le avversità di un mondo il cui futuro si mostra già drammaticamente passato. Kowalsky è alla sua ultima missione di pilota di Shuttle prima della pensione – viene in mente John Wayne (I cavalieri del Nord Ovest, John Ford 1949), con i paesaggi della Monumental Valley che hanno lasciato il posto al nero estraterrestre, silenzioso e privo di gravità -; Ryan è alla prima vera uscita. Un diluvio improvviso di “detriti”, conseguenza catastrofica di un incidente tra ferraglie lontane, piomba sui due, si perdono i contatti con Huston e si prospetta una solitudine “finale”. Matt tenta di tenere agganciata a sé Ryan, ma l’impresa è disperata e sarà la donna, anche simbolicamente, a conservare la speranza di vivere sul Pianeta. Detta così, la storia può sapere di retorica. Ma, a parte la comprensibile urgenza di rilancio, oggi, delle aspettative per una vita “nuova” e migliore, Alfonso Cuarón ha il merito di trovare un apprezzabile equilibrio tra struttura narrativa e piano espressivo, giovandosi in maniera decisiva di una fotografia tridimensionale discreta e, una volta tanto, non inutile al racconto. La Terra vista dallo spazio, mentre si accumulano inattesi problemi tecnologici e di resistenza fisica, si “rivela” ai due protagonisti nella sua naturale e insieme storica (culturale) potenzialità attrattiva, con le aurore “incantevoli” e con le profonde lontananze o addirittura “assenze” che intaccano la psicologia e stimolano la memoria di Matt e Ryan, depurando il dialogo tra loro due e, specie nella donna, con se stessi e con i prodotti della tecnologia, fino a lasciarne arrivare a noi l’essenza ironica, aspirazione al traguardo “irraggiungibile” di chiunque voglia vivere e perfino morire libero dal peso di stratificazioni mitologiche. Il regista messicano, non nuovo – Harry Potter (2004) a parte – a disegni futuribili di “rinascita” dell’umanità (I figli degli uomini, 2006), trova qui una leggerezza che rende ancor più verosimile la situazione fantascientifica, più documentale di qualche documentario di successo e di trasparente e involontaria finzione. Presentato fuori concorso come film d’apertura a Venezia 70, Gravity avrebbe meritato il Leone d’Oro.

Franco Pecori

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3 ottobre 2013