La complessità del senso
22 11 2017

Atomica bionda

Atomic Blonde
Regia David Leitch, 2017
Sceneggiatura Kurt Johnstad
Fotografia Jonathan Sela
Attori Charlize Theron, James McAvoy, John Goodman, Til Schweiger, Eddie Marsan, Sofia Boutella, Toby Jones, Greg Rementer, Roland Møller, James Faulkner, Johannes Haukur Johannesson, Sam Hargrave.

Normale, eccezionale, usuale. L’intreccio di questi tre parametri contiene lo sviluppo narrativo/espressivo di un film che sprigiona e ricomprende tensioni estetiche di genere e di stile. Apre e richiude, come fa il “fumetto”: si affaccia sul contesto per la pesca sintetica di temi e sviluppi, li coglie e li essicca in momenti decisivi (rappresentativi e risolutivi). Sicché ce ne offre una fruizione facile all’apparenza, ma spugnosa, avida di nostri contributi, apporti di lettura che forniamo per colmare le sintesi iconologiche e risolvere i passaggi sequenziali in una nostra rappresentazione interna, necessariamente creativa. Atomic Blonde, seconda regia (esordio con John Wick 2004) di David Leitch, attore già esperto nei rischi spettacolari della figura “stunt”, è fumetto – dalla graphic novel “The Coldest City”, di Antony Johnston e Sam Hart – usuale alla partenza, normalmente trattato nello sviluppo immediato dell’azione, eccezionale nella carica(tura, anche) dei ruoli. Il primo piano, nella discrasia evolutiva del ruolo, spetta a Charlize Theron. La detective Emily Sanders nei misteri dell’Irak (Nella valle di Elah, Paul Haggis 2007), la Sylvia in fuga dai turbamenti di una famiglia imperfetta (The Burning Plain, Guillermo Arriaga 2008), la ghost writer sull’orlo della depressione (Young Adult, Jason Reitman, 2011), la Furiosa in lotta per la sopravvivenza nel futuro apocalittico (Mad Max: Fury Road, George Miller, 2015), sono donne confluite e trasformate, sotto ghiaccio e in un sublime contenitore d’acciaio, nella figura fascinosa e residuale di Lorraine Broughton, agente dei Servizi Segreti di Sua Maestà britannica. Idealmente presente col suo copricapo elegante e col sorriso appena accennato di un’icona stabilitasi sulla Terra in data lontana, l’Entità trasmette ai propri emissari un’onnipotenza comprensibile e giustificata, una forza che stavolta eccezionalmente prende forma di Bionda vincente. Lottatrice senza paura, sicura di sopravvivere e di portare a casa il risultato, Lorraine viaggia in missione per i territori del comunismo residuale, violento e stupido – ma tanto, ormai..-, della Berlino del Muro in cronaca telegiornalistica. E’ il 1989, nel casino generale, il Kgb ammazza un agente sottocopertura e viene in possesso della lista con i nomi e i piani di tutti gli agenti operativi occidentali. Succederà una catasta di scontri corpo a corpo, sparastorie, inseguimenti, agguati. Nessuna vera suspence, più interessante è la meraviglia di quella bionda in perfetta forma, via via sempre più piena di lividi, la quale picchia da uomo, trasferendo il proprio rendimento senza alcuna crescita emotiva, come fidando nella tessitura infallibile del comic-tracciato. Poco importa che la Bionda sia costretta a sopportare una contiguità con David Perceval (James McAvoy), agente già da anni a Berlino; più interessante – tra vagonate di cubetti di ghiaccio e tracannamenti di bottiglie di Vodka – l’incontro con Delphine (Sofia Boutella), umana francese sulla via di omoespansività, aggressive e trattenute insieme, con risultati formali sul versante dell’eccezionale, nonostante il minimo di prevedibilità diegetica. Di “amore” non se ne parli, ma una certa attrazione giustifica almeno l’intensità del suono, copia e incolla dalle tracce ’80 usuali, Queen, David Bowie, Depeche Mode, Blondie, ecc. Il tutto confluisce vertiginosamente nel resoconto “iniziale”, un testa-coda rispondente alle mode moviolesche, con la Theron/Lorraine reduce orribilmente illividata, la quale si presenta al cospetto dei suoi superiori (la Cia, che non può mancare, ha la faccia di John Goodman) per raccontare come sia andata.

Franco Pecori 

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17 agosto 2017