La complessità del senso
17 08 2017

Il figlio di Saul

film_ilfigliodisaulSaul Fia
Regia László Nemes, 2015
Sceneggiatura László Nemes, Clara Royer
Fotografia Mátyás Erdély
Attori Géza Röhrig, Levente Molnár, Urs Rechn, Todd Charmont, Sándor Zsotér, Marcin Czarnik, Jerzy Walczak, Uwe Lauer, Christian Harting, Kamil Dobrowlski, Amitai Kedar, István Pion, Juli Jakab.
Premi Cannes 2015: Grand Prix. Golden Globe e Oscar 2016: Film str.

Film nero, infernale. L’effetto immedesimazione suggerito dalla scelta stilistica del regista, di restare vicinissimo al soggetto Saul (Géza Röhrig), protagonista oscuro del film, non lascia via d’uscita alla metafora di un mondo terribilmente omogeneo al Male di quel presente. Palombaro nell’abisso dell’essere, Saul si trova nella condizione più disperata che un uomo abbia forse mai potuto immaginare: è uno dei  membri del Sonderkommando di Auschwitz, formazione di ebrei scelti dai nazisti come aiutanti nella fabbrica della morte, senz’altra speranza che vivere qualche mese in più rispetto agli altri deportati. Mentre comunque tra i prigionieri si sviluppa una segreta resistenza che – sappiamo dalla storia – sfocerà nella rivolta del 1944, Saul riconosce, o crede di riconoscere, un suo figlio in uno dei cadaveri provenienti dalle camere a gas e avviati ai forni crematori. Da quel momento avrà in testa il solo scopo di assicurare a quel giovane corpo una sepoltura, con la preghiera di un rabbino da recuperare tra la folla dei condannati. Il piano espressivo del film di László Nemes (parigino di origine ungherese, al suo primo lungometraggio) è, per così dire, consustanziale ai materiali di riferimento, alcune pagine clandestine di membri del Sonderkommando, nascoste sottoterra e ritrovate molti anni dopo la fine del conflitto (tradotte nel 1999 da Marsilio, col titolo La voce dei sommersi). Il possibile valore “documentario” delle immagini, lo strazio dei corpi smembrati e affidati al fuoco dello sterminio viene tenuto in secondo piano e quasi occultato alla fruibilità generica dello spettatore, viene invece riservato al suo orecchio l’orribile sonoro ambientale, tenuto in primo piano col suo ritmo incalzante, rispondente all’esigenza di una “produttività” a dir poco agghiacciante. Resta negli occhi il volto determinato e “soggettivo” di Saul, fisso nel suo problema che attinge alla sacralità primitiva di un’umanità fermata nel suo momento negativo. Uno dei non frequentissimi esempi di quella che dovrebbe essere la semplice ovvietà, di come il punto di vista della macchina da presa sia, nei più diversi modi, determinante nella produzione di senso dell’espressione cinematografica. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Franco Pecori

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21 gennaio 2016