La complessità del senso
18 12 2017

Captain Fantastic

film_captainfantasticRegia Matt Ross, 2016
Sceneggiatura Matt Ross
Fotografia Stéphane Fontaine
Attori Viggo Mortensen, Frank Langella, Missi Pyle, Erin Moriarty, George MacKay, Ann Dowd, Samantha Isler, Annalise Basso, Kathryn Hahn, Steve Zahn, Nicholas Hamilton, Shree Crooks, Charlie Shotwell, Trin Miller, Teddy Van Ee, Elijah Stevenson, Rex Young.
Premi Festa del Cinema di Roma 2016, Alice nella città: Premio del Pubblico.

Si può partire dal mito del Buon Selvaggio, cioè dall’idea di un’innocenza umana e di una “semplicità” che ha radici nell’espansione europea verso Asia e America e trova sistemazione nella seconda metà del Settecento con Jean-Jacques Rousseau (Émile ou De l’éducation è del 1762). Oppure si può richiamare alla mente Maria Montessori e il suo metodo educativo scientifico. Ma ne vale la pena? Matt Ross (attore in American PsychoThe AviatorGood Night, and Good Luck e ora al secondo lungometraggio da regista, dopo il drammatico 28 Hotel Rooms presentato a Torino nel 2012) ci invita a una alquanto spensierata e istruttiva gita nella foresta del Nordamerica, dove Ben Cash (Viggo Mortensen) s’è trasferito con i suoi sei figli: ha comprato una fattoria nell’Oregon e ha concordato con la moglie Leslie (Trin Miller) la decisione di sottrarre la famiglia alle costrizioni  della cultura dominante. Leslie, gravemente malata, non ha potuto essere presente al seguito dell’esperienza, ma in una lettera alla propria madre prima di morire accennerà al tentativo di creare «un paradiso partendo dalla Repubblica di Platone». Giusto un mito. I due genitori avevano pensato di educare “in proprio” i loro sei figli, secondo una prospettiva libera dalle regole della società americana. Leslie, buddista, aveva anche espresso la volontà che il proprio corpo venisse cremato. Rimasto con la sua giovane tribù, Ben ha eletto a guida ideale della piccola comunità il filosofo Noam Chomsky, stabilendo il 7 dicembre come suo giorno celebrativo. Perché non festeggiare il Natale? – chiedono i ragazzi. E lui risponde: «Preferiresti festeggiare un elfo magico immaginario invece di un filantropo vivente che ha fatto tanto per promuovere i diritti dell’uomo e la conoscenza?». Dalle prime sequenze del film abbiamo potuto farci un’idea del tipo di vita scelto da Ben con i suoi figli, ciascuno dei quali porta un nome inventato e dunque unico: Bodevan, Rellian, Kielyr, Vespyr, Zaja, Nai. Ci si nutre di frutti naturali, si diventa uomini uccidendo il cervo con il coltello, si fa lezione all’aperto preferibilmente di sera. E ci si ripara nel bus attrezzato, completo di biblioteca – I fratelli Karamazov,  testi di antropologia, Middlemarch di George Eliot. S’impara a curare un osso rotto o un’ustione, a sapersi orientare al buio con le stelle, a riconoscere piante commestibili, a fare abiti dalla pelle degli animali, a sopravvivere nella foresta. Ma si conoscono anche i primi 10 emendamenti della Costituzione. Può recitarli a memoria il piccolo Zaja (8 anni), a casa della sorella di Ben, Harper (Kathryn Hahn), quando si deve tornare là dove «gli ospedali sono per i sani che vogliono morire», dove «i potenti controllano le vite degli impotenti» e dove si pratica «lo shopping frenetico come forma primaria di integrazione sociale». Il viaggio di “rientro” s’è reso necessario dalla minaccia di onorare la morte di Leslie con un funerale religioso, ordinato da Jack (Frank Langella), il vecchio capofamiglia. Divertente il primo impatto con la “civiltà”. Al pub: «Cos’è la Cola?» – «Acqua avvelenata, andiamo via, non c’è del vero cibo su questo menu!». «Papà, ma sono tutti grassi come ippopotami!». E a tavola con la sorella di Ben, suo marito Dave (Steve Zahn) e i due figli videogioco-dipendenti: Justin, il più grande, va al liceo e della Costituzione sa che «è una cosa del governo». Il forzato impatto con la realtà vigente, dimostra che la distanza di vedute sembra incolmabile. Il film perde di incisività scenica e rientra – per così dire – in sé, con la descrizione del contrasto ambientale e della forzosa ricerca di una soluzione accettabile. Si scopre che, comunque, Bodevan (George MacKay) ha di nascosto (ma in accordo con la madre) chiesto e ottenuto l’ammissione al college e ha intenzione di partire per la Namibia. Il funerale di Leslie si “digerisce” con la successiva trasgressione  del  falò davanti al mare. Il finale, che lasciamo alle aspettative dello spettatore, sa di posticcio e fa perdere al Capitano gran parte della sua qualità “fantastica”. «E’ stato un bellissimo errore, ma pur sempre errore», dice nonno Jack/Langella. Del resto, quello del Buon Selvaggio non è che un mito. Stilisticamente, il film è uno strano miscuglio di filosofia e avventura, di sit comedy e di cine-verità. Staremmo per dire: interessante, se la parola non fosse stata bollata come “illegale” da Ben: sua figlia  trovava “interessante” la lettura di Lolita. Rellian (Nicholas Hamilton) odia a tratti Ben, ha qualche sospetto che sia stato lui a uccidere la mamma, per fortuna c’è la casa del nonno, inutile rifugiarsi sul tetto, è una casa grande e accogliente, da ricchi. E per finire, «I shall be released», Bob Dylan 1967. 

Franco Pecori

Print Friendly

7 dicembre 2016