La complessità del senso
27 06 2017

Il professor Cenerentolo

vert Prof CenerentoloIl professor Cenerentolo
Regia Leonardo Pieraccioni, 2015
Sceneggiatura Leonardo Pieraccioni, Giovanni Veronesi, Domenico Costanzo
Fotografia Fabrizio Lucci
Attori Leonardo Pieraccioni, Laura Chiatti, Davide Marotta, Sergio Friscia, Nicola Acunzo, Massimo Ceccherini, Flavio Insinna.

La differenza tra cabaret e cinema sarebbe un tema da seminario universitario se non fosse che già per il concetto di estetica saremmo propensi a un opportuno tralascio, stando in un certo modo le cose ormai, anche a livello di filosofia teoretica. Ci appelleremmo piuttosto alle sincere posizioni dello stesso regista, il quale a ogni occasione – e anche stavolta – non si lascia sfuggire di sottolineare come il suo lavoro riguardi, più che il cinema, la forma cabarettistica dello spettacolo: «Mi sento sempre un cabarettista prestato al cinema», dice. Strano che, poi, di quest’ultimo film l’autore parli come si trattasse, rispetto ai precedenti, di una rottura in senso “realistico”: «Basta personaggi appesi al pero», esclama Pieraccioni. Trattandosi di un altro problemino nient’affatto semplice, lasciamo anche la questione del realismo e prendiamo semplicemente per buona, in senso tattico, la scelta di acinematograficità, chiave di lettura che ci aiuta a non dare troppo peso alla levità alquanto sbrigativa delle situazioni e delle battute, messe lì dagli sceneggiatori con disinvolta fiducia verso un pubblico che insiste, così pare, a disdegnare ogni fatica del distinguere nel cinema italiano genere da genere, purché non ci si discosti troppo da un generico rimando alla serialità televisiva. E soprattutto non si contraddica più di tanto il ritmo degli spazi lasciati liberi dalla pubblicità tra uno spot e l’altro. Qui è forse il limite meno difficilmente rintracciabile del Professor Cenerentolo, dilungandosi il film in ridondanze pressoché incommensurabili fino a far credere che la sceneggiatura fatichi a chiudersi e risponda invece a una scelta come di “opera aperta” post litteram – il che, vivente Umberto Eco, equivale al contrario dell'”apertura”, cioè al senso di una chiusura irrevocabile sul versante dell’invenzione narrativa. Auguriamo al pubblico di divertirsi almeno quanto si è divertita Laura Chiatti: «Sul set con Leonardo ti diverti sempre, non sembra nemmeno che tu stia lavorando», racconta l’attrice. Nei panni di una ragazza “fulminata” – definita così, con linguaggio contemporaneo, dallo stesso Pieraccioni – la Chiatti esibisce le valenze incerte di una donna in equilibrio difficile, sospesa tra il precariato di un lunario da sbarcare come animatrice di feste più o meno popolari e la ricerca, impropria più che improbabile, di una sistemazione sentimentale. Il personaggio offre comunque al protagonista l’appiglio per una residuale propensione suberotica che faccia da contorno “gradevole” al tema portante del film: non è poca la gente soggetta a coinvolgimenti non voluti che finiscono per aprire le porte del carcere. Ingenuità, superficialità, confusione, forzoso senso imitativo di comportamenti e linguaggi poco soggettivi portano a vivere in una società alquanto permeabile a infortuni drammatici. Umberto (Leonardo Pieraccioni) ne è l’esempio “divertente”. Ingegnere/imprenditore approssimativo, ha cercato di rimediare al fallimento della sua piccola impresa tentando il colpo in banca con la tecnica del buco e si è ritrovato dietro le sbarre. Nel carcere di Ventotene lo chiamano Professore perché si arrangia a far studiare la figlia del direttore (Flavio Insinna) e a dirigere i detenuti nelle riprese di video imitativi delle loro vicende da “liberi”. Ormai a fine-pena, gestisce con una certa elasticità i permessi di uscire, purché rispetti l’orario del rientro (la mezzanotte come un Cenerentolo). Sono gli spazi in cui avviene l’incontro con Morgana, la “fulminata” di cui sopra. E’ a questo punto che la sceneggiatura cerca disperatamente una soluzione che conduca il film a un finale passabile, mostrando una fatica invasiva che non agevola l’equilibrio di verosimiglianza, permettendo alle figure di secondo piano di ingombrare la scena. Umberto ha una famiglia in scioglimento, con la moglie che sta per sposare un altro e con la figlia adolescente che si vergogna del padre “ladro”. Ci sarà da risolvere in qualche modo il relativo precariato sentimentale. In più, figura ingombrante in direzione allegorica, il nano (Davide Marotta) impiegato della biblioteca comunale dove Umberto si reca per il suo ruolo di “insegnante”. La figura tende a salire in primo piano, sminuendo l’importanza del protagonista. Ma insomma, come ripete in maniera semi-ossessiva il sempliciotto Umberto: «Bene-va bene, va bene-bene». Al Box Office l’ardua sentenza.

Franco Pecori

 

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7 dicembre 2015