La complessità del senso
26 06 2017

12 anni schiavo

film_12annischiavo12 Years a Slave
Regia Steve McQueen, 2013
Sceneggiatura John Ridley
Fotografia Sean Bobbitt
Attori Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Garret Dillahunt, Paul Giamatti, Scoot McNairy, Lupita Nyong’o, Adepero Oduye, Sarah Paulson, Brad Pitt, Michael Kenneth Williams, Alfre Woodard, Chris Chalk, Taran KIllam, Bill Camp.
Premi Oscar 2014: Film, Lupita Nyong’o atrnp.

Maestro del dolore. Steve McQueen ha già dato prova (Hunger 2008, Shame 2011) di essere specialmente portato a cogliere situazioni di sofferenza umana, puntando l’obbiettivo sul personaggio protagonista per farne il simbolo “concreto” – contraddizione in termini, solvibile soltanto attraverso gli esiti più creativi dell’approccio estetico – di una rappresentatività possibile.  Da un film all’altro, è andata attenuandosi la visibilità del contesto storico e la dialettica del reale ha lasciato progressivamente il posto al potere emotivo, fissato in una falsa soggettiva. Dall’impegno alla vergogna, dalla fame come linguaggio del riscatto politico ed esistenziale alla resa dell’erotismo patinato, la cinepresa del regista inglese ha accentuato i segni di una vocazione  alla partecipazione idealmente zumata, in una sorta di sfida alla resistenza e alla goduria, alla denuncia e alla compiacenza, doppie facce di una fuga verso traguardi ridondanti di senso. Nel terzo film, il dolore arriva da una storia estratta dal contesto risaputissimo della schiavitù statunitense, in un momento piuttosto “evoluto” della triste vicenda. Del 1865 è l’abolizione formale dello schiavismo in America (il 31 gennaio fu approvato il 13° Emendamento voluto a tutti i costi da Abraham Lincoln e il bellissimo film di Steven Spielberg ci ha dato con profondo equilibrio artistico le ragioni politiche di quell’evento), nel 1841 parte il racconto (dall’autobiografia di Solomon Northrup) che vede il protagonista (bravo Chiwetel Ejiofor), nero nato libero nello stato di New York, cadere nella trappola razzista e restarne prigioniero per ben 12 anni. Solomon viene strappato dalla sua vita di violinista e artigiano, marito e padre felice; privato dell’identità di cittadino, con un imbroglio viene venduto come schiavo e trasferito in Luisiana a lavorare nelle piantagioni. Per lui saranno lunghi anni di tribolazioni fisiche e sofferenze morali, maltrattamenti  e torture rischieranno di cambiarne i connotati, secondo il principio allora imperante per cui “Un uomo fa quel che vuole con ciò che gli appartiene”. La parte del padrone schiavista è affidata al fedelissimo attore di McQueen, Michael Fassbender, chiamato a fondere, a livello di coprotagonista, le propensioni aggressive del padrone con le attitudini sessuali del profittatore complessato e impunito, in una zona del film ampia e approfondita secondo lo stile ormai “classico”  del regista londinese. Frustate a sangue segnano il limite violento di una rivalità “amorosa” sviluppatasi nel recinto angusto della schiavitù anche morale, dove l’arroganza erotica si esprime verso vittime sacrificali tenere e innocenti – la giovane schiava Patsey / Lupita Nyong’o. Canti di lavoro compongono, con giusta misura, il quadro della raccolta del cotone, secondo apprezzabile verosimiglianza musicale. E poi arriva Brad Pitt, carpentiere di origine canadese, il quale non riesce a digerire lo schiavismo e promette, tornando nel mondo libero, di far in modo che Solomon riacquisti la propria identità. Gran filmone mirante all’Oscar.

Franco Pecori

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20 febbraio 2014