La complessità del senso
18 10 2017

Dove non ho mai abitato

Dove non ho mai abitato
Regia Paolo Franchi, 2017
Sceneggiatura Paolo Franchi, Rinaldo Rocco, Daniela Ceselli
Fotografia Fabio Cianchetti
Attori Emmanuelle Devos, Fabrizio Gifuni, Giulio Brogi, Hippolyte Girardit, Isabella Briganti, Giulia Michelini, Fausto Cabra, Jean-Pierre Lorit, Alexia Florens, Naike Rivelli, Valentina Cervi, Yorgo Voyagis.

Architettare. Una casa, un film, spazi, luoghi, “testi” da abitare, da respirare: un lavoro per gli altri e per se stessi. La storia di Massimo (Fabrizio Gifuni) è la storia di un architetto sulla cinquantina, il quale non riesce ad abitare la propria vita, progetta case per gli altri ma per sé non ha slanci, è moderato, misurato nei movimenti e nelle espressioni, distaccato negli affetti. Si direbbe che ha paura. Ha una compagna, Sandra (Isabella Briganti), verso cui mantiene un rapporto molto controllato. Massimo ha un padre ideale, il famoso architetto Manfredi (Giulio Brogi), la cui figlia Francesca (Emmanuelle Devos), architetto anche lei, è un altro esempio di scelta difensiva; ha sposato Benoît (Hippolyte Girardit), ricco finanziere francese, un uomo maturo che l’ha fatta sentire protetta e giustificata nella rinuncia alla professione. Manfredi, vive a Torino. Non è mai stato d’accordo con il matrimonio di Francesca; per averla un po’ con sé, la chiama per affidarle la collaborazione al progetto di una casa su un lago, destinata a due giovani innamorati e di cui Massimo è il responsabile. Per rispetto del padre, Francesca fingerà di accettare e per questo chiede la complicità di Massimo. Si svilupperà una “storia d’amore”, imprigionata fino alla fine in una compressione esistenziale ai limiti dell’impotenza. Siamo in una fascia alta della società borghese, gli ambienti sono esclusivi, la vita all’intorno non entra nel gioco dei caratteri, gli attori sono ripiegati sui problemi personali dei personaggi. La scrittura si mantiene in un accentuato sottotono, sul filo di cadenze letterarie a tratti non necessarie. Lineare e classico nella costruzione scenica, nei tagli di montaggio, nella fotografia “a-creativa”, nella musica non invasiva di Pino Donaggio – ma il momento di maggiore sensibilità è dato da un’interpretazione del jazzista Chet Baker del capolavoro di Richard Rodgers e Lorenz Hart, My Funny Valentine (1937) -, il film di Paolo Franchi sembra anche essere una riflessione sul filo interno dello sviluppo estetico del nostro cinema, spesso immemore delle proprie grandi lezioni “non-leggere” e “non-neorealistiche”. Senza insistere troppo sul riferimento ormai scontato alla visione riflessiva/obbiettiva di radice antonioniana, diremmo che il regista continua sul tracciato già visto nello stile del suo Nessuna qualità agli eroi (2006), però con una sterzata verso una linea melodrammatica un po’ troppo esibita – nella paura forse di restare prigioniero della moda Vintage, o di sembrare, al dunque, semplicemente antico. Va comunque rispettata l’istanza di un cinema sganciato dal fumettismo e dalla imperante spettacolarità orizzontale. In questo senso si può perfino non tenere in gran conto la sostanza del contenuto, il tema del valore esistenziale dell’architettura, per scegliere di privilegiare il versante del metodo: dell’occhio non succube di illusioni figurali e di ultraconsunte creatività. Resta comunque da risolvere una residuale presenza di progettualità che emerge impudicamente dalle immagini e rischia di rendere legnosi alcuni passaggi del piano “reale”.

Franco Pecori

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12 ottobre 2017