La complessità del senso
03 04 2020

Richard Jewell

Richard Jewell
Regia Clint Eastwood, 2019
Sceneggiatura Billy Ray
Fotografia Yves Bélanger
Attori Paul Walter Hauser, Sam Rockwell, Brandon Stanley, Ryan Boz, Charles Green, Olivia Wilde, Mike Pniewski, Jon Hamm, Ian Gomez, Nina Arianda, Kathy Bates.

Atlanta, 1996. La mamma, i videogiochi, le armi, l’ordine, il rispetto della legge. Il trentenne Richard Jewell  (Paul Walter Hauser, il grassone “scemo mitomane” di Tonya 2018) vive appartato e molto attento, ansioso per il proprio futuro. Vorrebbe tanto indossare un giorno la divisa da poliziotto. Per ora prende alla lettera il suo lavoro provvisorio nella Security. Gli piace l’idea di poter difendere le persone. Ha la casa piena di armi, ma non vuol essere aggressivo, si esercita al tiro a segno e va a caccia. E comunque “Siamo in Georgia”, dice. È il 1996, Clinton è presidente dopo Reagan e Bush. Il caso riserva a Richard un’amara sorpresa. Sono i giorni delle Olimpiadi estive. Le cronache registrano un fatto drammatico, nel quale Richard viene coinvolto e che, inizialmente, lo elegge ad eroe nazionale, ma poi si traduce per lui in un lungo momento di angoscia e disperazione. Dai fatti dell’epoca e da un articolo di Vanity Fair, Clint Eastwood trae un altro capitolo della sequenza dedicata a personaggi e casi americani che si prestano a un discorso sugli “eroi invisibili”. Il rifiuto dell’attribuzione ideologica è fin troppo leggibile, è addirittura  un limite verso la possibile lettura anche politica. Da attore, ai tempi del “Pugno di dollari” (1964) e dell’ “Ispettore Callaghan” (1971), Eastwood si è prestato e anche divertito a presentare la maschera del duro e vincente, già allora “dalla parte giusta”, ma da regista lo sguardo cinematografico s’è fatto profondo. Non si può dimenticare, una per tutte, la soluzione provocatoria quanto responsabile espressa nel finale di Gran Torino (2008). Ora, in quest’ultimo lavoro, emerge un equilibrio formalizzato, tutto in trasparenza, anche e specialmente nell’uso della cinepresa, sicuro e senza ricami. Le scene accolgono gli aspetti contraddittori dell’evento e del protagonista con una disponibilità della regìa tutt’altro che qualunquistica e invece aperta alla franca difesa della dimensione anche – diciamo anche – eroica del personaggio. Richard si reca al Centennial Park per la festa pubblica di inaugurazione dell’Olimpiade, anche per il piacere di ascoltare la musica. Intanto resta vigile nella confusione, scopre uno zaino lasciato a terra da qualcuno. I suoi sospetti evitano la probabile strage. E qui entra in ballo l’altro personaggio, invisibile e potente, non meno pericoloso dell’attentato esplosivo: il pregiudizio standardizzato dell’opinione pubblica combina un “frontale” con l’esigenza fittizia dell’Fbi di trovare il colpevole. Viene scelta la via più facile o ovvia. Si costruisce la verità del paradosso. Si sospetta sempre di chi trova la bomba. Il punto è morale e la bravura di Eastwood è nel non lasciare il valore cinematografico. Dal racconto non si esce. Tranne un perdonabile soffermarsi sulla fin troppo chiara figura di Kathy (Olivia Wilde), la reporter disposta a tutto per avere notizie anche false dall’uomo Fbi (Jon Hamm) che conduce la non fruttuosa indagine – sequenze che sul tema dell’influenza dei massmedia nella formazione e conformazione pregiudizievole del figurarsi quotidiano non trovano possibilità di contrasto -, l’attenzione decisiva viene mantenuta sulla consistenza problematica del protagonista. Richard Jewell è nello stesso tempo uno e uno dei tanti, il suo respiro è il respiro di una società in profonda difficoltà a tener fermo il necessario equilibrio tra io, noi e loro. Ne può risentire il fisico, in senso letterale e in un senso esteso. La regia contiene e conferma la tensione formale e insieme umanissima, prodotta dagli “eventi” sulle persone (le virgolette indicano che ci si muove al chiuso dello stereotipo ed è questo il centro del problema). Lo spettacolo non si fa “spettacolo”, nel montaggio non v’è posto per il fuori-scena. E infatti, nessuna “didascalia”, nessuna “predica”, ma la bravura di madre Bobi (Kathy Bates, supporting role da Oscar) e del figlio “fuoripeso” nel dimostrare la sofferenza di una gioia derubata, l’inversione interiore di una prospettiva non infondata e nemmeno  assumibile in assoluto, se non all’interno di un sogno difficile da curare. Cade la pur giusta avversione per il processo mediatico al quale viene sottoposto Richard. Un buon aiuto lo dà a Jewell il suo avvocato-amico (Sam Rockwell), il quale sceglie la via di difesa più semplice e più diretta. La sceglierebbe anche lo stesso Eastwood. Ma ben profondo è il problema personale di Richard. E la mamma ne soffre.

Franco Pecori

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16 gennaio 2020