La complessità del senso
25 04 2019

Dumbo

Dumbo
Regia Tim Burton, 2019
Sceneggiatura Ehren Kruger
Fotografia Ben Davis
Attori Colin Farrell, Michael Keaton, Danny DeVito, Eva Green, Nico Parker, Finley Hobbins, Roshan Seth, Deobia Oparei, Sharon Rooney, Douglas Reith, Alan Arkin, Joseph Gatt, Philips Nortey, Phil Zimmerman, Ragevan Vasan, Frank Bourke

Estetica Visionaria. Chissà cos’è. L’espressione è difficile, molto, da definire. Ma è un’espressione in uso e prendiamola tatticamente per buona, nel senso più usuale, meno teoretico possibile. Insomma, un’estetica della libertà del fare, dell’immaginare senza troppi vincoli referenziali immediati, privilegiando una propria (dell’autore) visione interiore. E confrontiamoci con l’ultimo prodotto in sala, un film di Tim Burton. Ritorna Dumbo, l’elefantino volante dei nonni (1941), premiato a Cannes nel 1947. E siccome l’autore è il “visionario” Tim Burton, la creaturina disneyana viene investita del debito aggiornamento autoriale. Ma resiste, rifiuta di adeguarsi, non ci sta. Non ci riferiamo alla rielaborazione del contenuto nel verso di un poco velato aggancio a una critica dell’affarismo attuale. Questo nuovo Dumbo è oggetto del desiderio speculativo imprenditoriale e dovrà vincere l’avidità di chi vuole trasformare l’antico circo/famiglia in una sfolgorante impresa dello spettacolo/meraviglia da consumare. Tutto questo è ovvio. Molto più interessante è il piano espressivo, il destino riservato al corpo stesso dell’animale, nel passaggio dal disegno all’elaborazione elettronica. Il passaggio al piano del più funzionale attraverso il nuovo livello di elaborazione tecnologica, sottrae all’oggetto una dose eccessiva di qualità/verità per l’appunto immaginaria, sottrazione che si riflette in negativo sulla sostanza del contenuto (morale) della fiaba. Certo, anche un nostro bambino gioca tenendo in mano il modellino dell’automobile e lo fa “volare” espandendo con la fantasia lo spazio che va segnando col movimento del braccio. E quell’automobilina si trasforma, certo. Ma il DumboDisney rifiuta d’essere modellino, automobilina. Il nuovo autore vuole un Dumbo acchiappapiume, pesante/leggero – chissà, staranno per tornare alla moda i piumaggi di una volta, magari su donne e uomini ora vagolanti alla ricerca dell’intimo perduto -, che sappia sottolineare il paradosso del volo con un sorriso rosa/nero, agganciato all’autoriale rassicurazione del vecchio circense casereccio, inequivocabile nel finale: “I miracoli avvengono!”. Durante il film viene sparata un’altra massima, da prendere appunti e lo abbiamo fatto: “C’è chi non rispetta le regole e chi le cambia”. Buono per tutti, da qualsiasi punto di vista e/o da punti di vista qualsiasi. Altro tema dalla duplice faccia complementare, buono anche quello per soluzioni concilianti, è nella duplice essenza della generazione del “Dopoguerra” – il dopoguerra 1919, ma qualsiasi altro dopoguerra che veda i padri mancanti di un braccio e sofferenti del proprio destino – una bambina sostenitrice della scienza e un bambino, complementare, agganciato a soluzioni ancora divertenti. Ma, al dunque, il problema resta il Dumbo che vola, il Dumbo automobilina che prende energia non più da una sua qualità interna bensì dai poteri elettronici, fattisi materia d’uso, gancio referenziale. In altri termini: un conto è l’animazione Walt Disney (già Méliès), che rafforza l’istanza cinema sul versante del movimento aggiungendo “invenzioni” (l’altra faccia del Treno che Arriva alla Stazione), altro conto è l’irruzione sul set di un’ Estetica Visionaria, come se la macchina da presa fosse in grado di sopportare l’impatto. Nel nuovo elefantino volante, di Tim-Burton-Scissorhands, diviene trasparente il “confronto armato” tra una visione sistemica e una concezione metodica del cinema. Nella prima, la cinepresa acquisisce, in proporzione preponderante, un materiale profilmico già predisposto (oggi, ormai, secondo livelli di elaborazione evoluti) per la definizione dell’immaginario. Ne sortirà una specie di reazione all’ipotesi rivoluzionaria, anti-visionaria, dell’ “Addio al linguaggio” godardiano (un lunghissimo addio, potremmo dire, che comincia con il Nickelodeon!). Il cinema/metodo, invece, lascia alla cinepresa la libertà di accorgersi del mondo, di osservarlo secondo discrezione (l’occhio del regista) e passarne la visione allo spettatore secondo un’istanza basica di non-finito che preserva una dialettica dell’interpretazione, giusta per una vita contestuale ariosa, disponibile davvero all’accoglienza di materiali per vite nuove.

Franco Pecori

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28 marzo 2019