La complessità del senso
17 10 2017

Babycall

Babycall
Pål Sletaune, 2011
Fotografia John Andreas Andersen
Noomi Rapace, Kristoffer Joner, Vetle Qvenild Werring
Roma 2011, concorso

Tutto è incerto. Il regista ha deciso di non darci la chiave di lettura e non giustifica i passaggi e i tagli del montaggio. Per paradosso, la bravura di Noomi Rapace rende ancora più difficile, l’interpretazione delle sequenze. Nel cinema, i disturbi psichici dei personaggi non possono essere letteralmente disturbi della macchina da presa, prima di tutto perché il cinema non può dire “bugie”. Lo spettatore, in questo senso, è in stato di inferiorità, è costretto a credere in ciò che vede. L’autore non deve approfittarne. La protagonista del film, Anna (Rapace, Uomini che odiano le donne, Beyond), sembra in fuga dal padre di suo figlio, Anders (Vetle Qvenild Werring), di 8 anni. La donna vive nell’incubo continuo che l’uomo (noi non lo conosciamo) si presenti da un momento all’altro per fare del male ad Anders. Il problema è che Anna “vede” e fa delle cose senza mai sapere se siano reali o immaginarie. E nemmeno a noi è dato saperlo. Vorremmo tanto poter parlare con gli assistenti sociali che seguono Anna da vicino. Esiste davvero quel padre cattivo? Fino a che punto l’istinto di protezione della madre per il figlio non è dovuto a un “destino” interiore che la perseguita come in un film horror? Si sa che horror e psicoanalisi sono terreni confinanti, ma un conto è la scienza e altro conto è la sua rappresentazione. Non pretendiamo mica che la parte immaginaria del film sia ogni volta introdotta tramite i procedimenti del cinema classico (per esempio, la dissolvenza incrociata), tuttavia non possiamo “inventarci” completamente una lettura nostra. A osservarlo bene, perfino Anders, con la sua aria imbambolata, non sembra un bambino vivo. Non parliamo poi di un altro bambino che a un certo punto appare come un fantasma suo amico. E il babycall, l’apparecchio che Anna compra per ascoltare da una stanza all’altra i suoni e i respiri del figlio, non sarà forse in collegamento diretto con la sua mente malata? Nel turbine di finzioni incontrollabili viene coinvolto un commesso del magazzino dove Anna trova il babycall. Si interessa alla donna e ai suoi turbamenti. Tra l’altro sta passando un bruttissimo momenti, deve decidere di interrompere la respirazione artificiale a sua madre, ricoverata in ospedale senza più speranze. Un problema serio, che ci piomba addosso senza preavviso. Del resto, anche il tema della violenza nelle famiglie del Nord Europa, da qualche tempo ricorrente nel cinema (Racconti da Stoccolma, 2009) non è tema meno grave. L’incertezza di questo Babycall rischia addirittura di contaminarne l’importanza. Il norvegese Sletaune vanta il premio al suo film d’esordio, Posta celere, ottenuto a Cannes nel 1997 (Settimana della Critica). L’anno successivo, la rivista Variety ha inserito il suo nome nella lista dei 10 registi più promettenti del mondo. Di Babycall l’autore ha detto che è “un viaggio mentale”. Dal film non risulta.

Franco Pecori

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31 agosto 2012