La complessità del senso
17 10 2017

Ballata dell’odio e dell’amore

Balada triste de trompeta
Álex de la Iglesia, 2010
Fotografia Kiko de la Rica
Carlos Areces, Antonio de la Torre, Carolina Bang, Sancho Gracia, Juan Luís Galiardo, Enrique  Villén, Manuel Tallafé, Manuel Tejada, Gracia Olayo, Santiago Segura, Roberto Álamo, Fofito, Sasha Di Benedetto, Jorge Clemente, Juana Cordero, Luis Varela, Terele Pávez, Fran Perea.
Venezia 2010, Leone d’Argento per la regia e Osella per la sceneggiatura (Álex de la Iglesia).

Quello dei “duellanti” è un formato che non scade mai. A 35 anni dal capolavoro iniziale di Ridley Scott, lo scontro inestinguibile prende sembianze circensi, mantenendo il carattere di paradossale inelluttabilità. Caricato di assurdo e di surreale, il luogo della mente artistica si dilata in spazi e tempi dai confini duplici, da una parte il riferimento storico e riconoscibile agli anni della dittatura franchista in Spagna e dall’altra l'”eternità” di sentimenti profondi e incancellabili, le cui radici resistono alla ricognizione razionale. Ora dimentichiamo i tenenti napoleonici Féraud (Harvey Keitel) e D’Hubert (Keith Carradine) e indossiamo i panni di due clown spagnoli, sotto la tenda del circo: Sergio (Antonio de la Torre) è il tipo allegro, violento e cinico nel privato, ama e fa contenti i bambini quando indossa il costume; Javier (Carlos Areces) è la maschera della tristezza e non è mai stato bambino. Il filo del racconto parte da Javier, il quale nel 1937 vide il padre – clown anch’egli come del resto era stato anche il nonno – subire la violenza dei militari fascisti, strappato dal palcoscenico e costretto a vivere scene di macelleria col machete. Quelle immagini lontane non si cancelleranno mai più dalla memoria né dalla fantasia del ragazzo. Rimasto nell’ambiente del circo, interpreterà il suo ruolo triste accanto a Sergio, dominante, questi, su di lui e prima ancora sulla propria amante, la sanguigna e “irresponsabile” acrobata Natalia (Carolina Bang, bravissima). Javier, inadeguato fisicamente e caratterialmente, viene attratto dalla donna e cade in conflitto con Sergio, il quale – tra sadismo e masochismo – non potrà comunque fare a meno della sua “spalla”, non solo sulla pista del circo. Il “duello” si protrarrà in una dimensione “infinita”, assumendo le forme della fantasia più sfrenata con la regia inventiva e provocatoria dello spagnolo già autore di film come Crimen perfecto (2004). I due clown si misurano in una ricerca esasperata e orrida dell’autolesionismo e dell’aggressività necessaria a consumare le ragioni interne di una loro insoddisfazione, mentre la donna non riesce a liberarsi della strana dipendenza sia da Sergio che da Javier, l’uno e l’altro mostruosamente evocativi di una dimensione infernale che deborda dall’intreccio per espandersi sulla società tutta. Gelosia, brutalità, umiliazione, orgoglio, vendetta, sessualità e sentimento, sangue e ferite dell’anima si mescolano in un impasto straziante e sarcastico non facilmente dimenticabile. Quanto allo stile, il circo non deve trarre in inganno. Può venire in mente Fellini, ma la fantasia del maestro riminese non c’entra, è tutt’altra. Molto più fantastica. Qui siamo piuttosto nell’horror barocco e cupo, ma spagnolo, di un Hannibal Lecter.
Franco Pecori
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8 novembre 2012