La complessità del senso
25 05 2019

I figli del fiume giallo

Jiang hu er nv
Regia Jia Zhang-Ke, 2018
Sceneggiatura Jia Zhang-Ke
Fotografia Éric Gautier
Attori Zhao Tao, Liao Fan, Xu Zheng, Casper Liang, Feng Xiaogang, Diao Yinan, Zhang Yibai, Ding Jiali, Zhang Yi, Dong Zijian

Qiao (Zhao Tao) è una ballerina innamorata di un gangster, Bin (Liao Fan), che, trovandosi coinvolta in un combattimento tra bande locali, per difenderlo spara un colpo di pistola. Per questo finirà cinque anni in carcere. Dopo il suo rilascio Qiao cercherà Bin per riprendere la sua vita con lui ma non tutto è rimasto come prima. 

La sinossi breve, come viene presentata nei materiali per la stampa, può far pensare a un gangster/noir cinese, segno di adeguamento ai generi del grande circuito internazionale da parte di un regista come Jia Zhang-Ke, il quale finora ci aveva condotto per altre vie estetiche. E però, com’è risaputo, la trama del film non è il film, come anche il trailer è sempre inconfrontabile con il film. A prendere per buono un certo tipo di presentazione de I figli del fiume giallo ci troveremmo poi di fronte a un eccentrico film gangster-romantico, girato secondo un’ottica formalistica “ghiacciata” su modelli di “cinema di ricerca”, appartenuti ad altre epoche. Lettura possibile, interessante per un’esercitazione di scuola, ma specificamente insufficiente a valutare la resa espressiva dell’opera. Letta la sinossi breve e visto il film, l’impressione è che Jia Zhang-Ke, zoomando ancora una volta sulla realtà cinese, resti intrappolato, a metà tra epica e romanzone d’amore, sotto la propria scelta stilistica, generalizzata – per così dire – in quest’ultima occasione fino a coprire e devitalizzare i ganci di genere prescelti sulla carta (sceneggiatura). Già bravo a fermare in dettagli il nuovo punto storico rappresentato dall’affermarsi della telefonia cellulare – la presenza dei telefonini è sintomo non secondario, come sensazione estetica, già nel film Leone d’Oro a Venezia 2006, Still life -, il regista originario della provincia dello Shanxi (Fenyang, 1970) ha mostrato fin dagli inizi (per noi, The World – Shijie, Venezia 2004) di avere assunto una chiara consapevolezza “europea” (soprattutto il Neorealismo italiano e la Nouvelle Vague francese). Il tema di fondo del cinema di Jia Zhang-Ke è nel riferimento alla svolta epocale che segna l’ingresso della Cina nel mondo industrializzato. Il passaggio dall’antica civiltà contadina alla nuova vita ordinata dalla ristrutturazione metropolitana era esplicitamente sottolineato nell’opera del 2006 dal riferimento alla diga delle Tre Gole sul fiume Yangtze. E ancor prima, la scelta della ballerina Tao (Zhao Tao) di “rifugiarsi” a lavorare nel mondo simil-Disney di Shijie non era stata che una traccia poetica del drammatico impatto della trasmigrazione di massa dalla provincia alla metropoli. Ora, tra il 2001 e il 2018, di nuovo, il segno riflessivo della storia: in Jiang hu er nv, il Fiume Giallo pesa sull’avventura di una donna e di un uomo, prigionieri di un amore sbocciato e mai fiorito del tutto, oppresso da un alone di violenza, oggettiva e soggettiva, che lo blocca in una stasi semi-mortale. Nel sottofondo, lo scenario di una Cina che mentre diviene “moderna” accoglie nel paesaggio morale spunti oppressivi di tensioni omicide. E nella dialettica tra i due, il sentimento amoroso è oppresso e bloccato da condizioni da malavita. Miniere di carbone abbandonate, la diga dello Yangtze minacciosa sul destino delle città, le nuove tecniche per una vita “arrangiata” secondo le leggi violente della società nuova. Se nel 2015, lo sguardo di Tao (sempre Zhao Tao) si perdeva Al di là delle montagne (Shan He Gu Ren), nel sogno affidato al figliolo, di un’Australia accogliente per una vita mirante al “benessere”, l’amore di Qiao (Zhao Tao), ballerina tradizionale, per il gangster Bin (Liao Fan) s’infrange nel sogno mancato di un viaggio interiore, verso lo Xinjiang, nel mitico nord-ovest del paese. C’è di mezzo una pistola, oggetto “nuovo” che, applicato all’attrazione sentimentale, porta la donna in carcere per 5 anni, a scontare la pena per aver difeso l’uomo nella lotta per bande. Poi la vita sarà tutta un’altra, i sogni si faranno freddi nel passaggio narrativo che blocca lo svolgimento in un quadro situazionistico, sbilanciato rispetto alla spinta “romantica” sottostante. Il romanzo, in bilico sul filo di una suspence programmatica e asessuata, si adagia in una stasi estetica poco credibile. Il destino diviene Destino, il panorama si apre verso un futuro di ghiaccio del tutto inaccogliente.

Franco Pecori

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9 maggio 2019