La complessità del senso
19 11 2017

Il mio Godard

Le Redoutable
Regia Michel Hazanavicius, 2017
Sceneggiatura Michel Hazanavicius
Fotografia Guillaume Schiffman
Attori Louis Garrel, Stacy Martin, Bérénice Bejo, Micha Lescot, Grégory Gadebois, Felix Kysyl, Arthur Orcier, Marc Fraize, Romain Goupil, Jean-Pierre Mocky, Guido Caprino, Emmanuele Aita.

Chissà perché sarà toccato a un regista come il premiato dall’Oscar Michel Hazanavicius (The Artist 2011, The Search 2014) di raccontare qualcosa di un regista come Jean-Luc Godard. Prima ancora che autore di film come Fino all’ultimo respiro 1960, La donna è donna 1961, Questa è la mia vita 1962, Godard era stato critico cinematografico dei Cahiers du Cinéma, la rivista dalle cui pagine si trasmise il dubbio fondato di una valenza autoriale nel grande cinema “commerciale”, europeo e americano – Renoir, Rossellini, Hitchcock, Hawks, Ray. Fu la politique des auteurs, lanciata dal gruppo di critici/registi della Nouvelle Vague, sulla grande lezione di André Bazin, fondatore dei Cahiers. Di quel gruppo (Rohmer, Malle, Truffaut, Rivette, Chabrol, Varda) fu Godard ad assumere le posizioni più radicali, prima ancora che il Sessantotto lo portasse al maoismo e alla dialettica “rivoluzionaria”, nei giorni delle lotte operaie e studentesche. Il panorama era articolato e complesso, non solo De Gaulle e Pompidou in Francia, ma il Vietnam, la Palestina e tutto l’arco delle situazioni internazionali irrisolte. Ma già il primo film, con Belmondo e Jean Seberg, aveva impressionato per il modo di trattare una materia “banale”, e non sarebbero più state novità i successivi lavori di un autore spiccatamente propenso a praticare il linguaggio cinematografico secondo una filosofia profondamente implicativa del contesto culturale e politico. Il problema del rapporto espressione-realtà invadeva con effetti provocatori non indifferenti il campo totale della riflessione: il fare cinema non era più qualcosa di diverso dal fare film e il film esprimeva intenzionalmente il relativo “realismo”. Cinema e critica del film trasparivano nell’opera e rifiutavano di restarne nascosti, ma proprio dall’esibizione del fare, del modo di scegliere, articolare, tagliare e montare il materiale, mostravano una ricerca del senso. Il disprezzo (da Moravia) 1963, Agente Lemmy Caution, missione Alphaville 1965, Due o tre cose che so di lei 1967 segnarono in modo esplicito tale tipo di ricerca. Si trattava di un ri-facimento del cinema molto audace e provocatorio, ma non era certo un mero esercizio di stile né un manierismo privo di calore umano. Dopo qualche decennio, da un Tarantino arriverà una proposta obiettivamente inversa e di un certo successo al box office. Nel 1967, La cinese non piacque ai “rivoluzionari” francesi e meno che mai alla politica cinese. Il mio Godard comincia proprio da quell’anno, in cui Jean-Luc (Louis Garrel) incontra la giovanissima Anne Wiazemsky (Stacy Martin), nipote del  Nobel per la letteratura François Mauriac, le assegna il ruolo di protagonista e la sposa. Il matrimonio durerà fino al 1979 e l’attrice scriverà poi un’autobiografia (Un an après – Un anno cruciale) da cui ora il film di Hazanavicius. Il titolo originale, Le Redoutable (il formidabile), si riferisce anche al nome del primo sottomarino nucleare francese, del 1967). Il regista ha trovato “interessante” fare un film biografico su Godard come “icona della cultura pop”, “una delle figure chiave degli anni ’60, allo stesso titolo di Andy Warhold, Muhammad Alì, Elvis o John Lennon”, “malgrado si tenda un po’ a dimenticarlo”. Già. E infatti il film è una storia d’amore, dodici anni di un amore appassionato, l’incontro di due cuori e di due intelligenze nel contesto complicato e burrascoso che porterà nientemeno che alla porta degli anni Ottanta, il decennio destinato a cancellare, come il cancellino cancella la lavagna, le idee e gli ideali, le passioni e gli errori, i valori del periodo di cui oggi ci resta da celebrare le icone pop. Del Maggio ’68 Hazanavicius mette in scena “le folle, quei giovani, i loro volti, i loro slogan”, quanto basta per animare con verosimiglianza almeno inconologica il quadro di riferimento per i due cuori, il loro sentimento, la loro ironia, la loro consapevole presenza nel mondo e, insieme, per evitare di fare un film “su Godard”, cioè sul suo cinema. I personaggi del film, oltre ai due protagonisti, sono quasi tutte importanti figure cinemtografiche, anche italiane, da Bernardo Bertolucci a Marco Ferreri, ma di cinema quasi non si parla, quasi che Godard non fosse un regista. Lo vediamo piuttosto discutere e litigare con frasi ironiche e paradossali di politica e di cultura, di Mao e di fascismo e di scelte comportamentali più o meno rigide, relative al momento vissuto con intensa partecipazione, da intellettuale impegnato. Anche un po’ buffo, con gli occhiali che perde in continuazione, e un po’ vittima di una sua goffa tendenza al paradosso provocatorio. Ma non veniamo a sapere niente sul modo in cui un film, almeno La cinese sia stato realizzato; e nemmeno sul criterio che portò Godard a formare il gruppo “Dziga Vertov”. S’intuisce soltanto che dev’essere stato quello il punto di rottura drammatica col “Cinema”, rottura ideologica e però idea non peregrina, se per gli storici qualcosa vogliono pur dire i cortometraggi del Kinoglaz e il capolavoro del 1929, L’uomo con la macchina da presa. Ma per lo spettatore de Il mio Godard il fatto sta nella crisi di una storia d’amore.

Franco Pecori

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31 ottobre 2017