La complessità del senso
28 02 2021

L’ultimo Paradiso

L’ultimo Paradiso
Regia Rocco Ricciardulli, 2121
Sceneggiatura Rocco Ricciardulli, Riccardo Scamarcio
Fotografia Gian Filippo Corticelli
Attori Riccardo Scamarcio, Gaia Bermani Amaral, Valentina Cervi, Antonio Gerardi, Mimmo Mignemi, Federica Torchetti, Donato Demita, Anna Maria De Luca, Lucia Zotti, Nicoletta Carbonara, Giorgio Careccia, Erminio Truncellito, Simona Ianigro, Matteo Scaltrito.

Il termine Paradiso prendiamolo come sostantivo. Paradiso da conquistare, da vivere, da esprimere. Per un uomo del Sud italiano, diciamo Puglia e diciamo Gravina di Puglia (location base del film) nel 1958, il trasferimento dalla raccolta delle olive alla fabbrica del Nord, dalla campagna – aperta e sognante, ma dura e soggetta a sfruttamenti pesanti del lavoro nei campi – fino alla carriera lungo la scala “protettiva” della modernizzazione industriale, il passaggio poteva lasciare il segno. Paradiso è anche un cognome. Antonio Paradiso ha fatto il viaggio, in fabbrica ha un ruolo di responsabile, è stimato dal titolare, sta per prenderne in moglie la figlia. Ma un incidente sul lavoro con un operaio che ne resta vittima scuote la sensibilità dell’uomo, il quale decide di dar corpo all’intenzione che forse da tempo sente crescere dentro di sé. E fa la valigia per tornare al paese natio. Partire, tornare.. un tema universale che negli anni Cinquanta dà corpo in Italia a una voglia “interna” nella società, per un movimento che dal “reale” arriva a prendere forme di sostanza magica – si pensi al Fellini de I vitelloni, La strada, Il bidone, Le notti di Cabiria, tutto dal ’53 al ’57. Inseguendo il suo Paradiso, Antonio potrà e dovrà immergersi nel mito della propria famiglia e della propria terra, scoprirà segreti sconvolgenti che non possiamo rivelare qui e prenderà su di sé un finale che la sceneggiatura offre allo spettatore come un dono “impossibile” e diciamo pure, nella sua messinscena, mal riuscito. “Mia madre le storie le sapeva raccontare”, dice Rocco Ricciardulli nelle sue note di regia, riferendosi a “fatti rimasti sepolti nel tempo”, alla “storia vera” da cui ha pensato di trarre il film. Verità più vera del vero, cioè mitica, verso un traguardo di riscatto e di libertà che non potrà più essere realistico. Quando Antonio arriva al suo paese, noi abbiamo già visto, nella prima parte del film, la vicenda emozionante e drammatica che ha riguardato Ciccio, il fratello minore (Scamarcio, impegnato in un tour-de-force che lo vede anche sceneggiatore e produttore, con un budget di quasi tre milioni): un amore travolgente per Bianca (la brasiliana Gaia Bermani Amaral, brava studiosa dell’inflessione pugliese per l’occasione), la figlia di Cumpà Schettino (Antonio Gerardi, perfetta la sua umanità “cattiva”), boss agricoltore, sfruttatore del lavoro altrui e approfittatore di ragazze alle sue dipendenze durante la raccolta delle olive. Ciccio appare combattivo verso quel padrone affamatore e si capisce che la relazione con Bianca rischia di finire male. Rocco Ricciardulli (regista di formazione teatrale, al secondo lungometraggio dopo All’improvviso Komir 2014), in consonanza con l’accurata fotografia e con la “verosimiglianza” nei dettagli ambientali, costruisce un senso di accettabile coerenza connotativa. Il tema della passione tra Ciccio e Bianca prevale sull’altro, dello scontro tra bracciante e padrone, ma la tensione tra i personaggi resta viva e mantiene una valenza anche antropologica. Discreta è la partecipazione dei comprimari, soprattutto di Lucia (una Valentina Cervi molto sensibile), moglie di Ciccio e madre del loro figliolo, l’amato Rocchino (Matteo Scaltrito). E viviamo l’attrazione dei due amanti avvertendone il peso morale, nel quadro del sistema di valori falsificati entro cui vive. Si configura un paradiso/fiaba da raccontare, felicità “impossibile”, persone/luoghi la cui fisicità promette di proiettarsi sullo schermo di un cinema “di fantasia”. Si attende il necessario cortocircuito che però non arriva. Sale in primo piano una soluzione-scorciatoia, il volto di Antonio assume un’espressione riflessiva insistita e comunque insufficiente a risolvere in catarsi i “segreti” di cui è venuto a sapere. E Ricciardulli – complice Scamarcio sceneggiatore, pensiamo – inventa un finale “fiabesco” in forma di rappresentazione teatrale, nella piazza del paese, una scena fallimentare rispetto alla necessità “risolutiva” di un racconto che sembra scomparire nel nulla. Scamarcio ha detto nella conferenza stampa di presentazione del film che il cinema è “un modo di raccontare”: ha sottolineato, insieme, l’importanza del mezzo e la sua in-coscienza (da in-conscio), al di là dei sempre più attuali problemi della “sala” e/o del “Web”. In bilico tra storia popolare e cinema “sperimentale”, il paradiso di Ricciardulli rischia di farsi prigioniero di ambizioni progressive sproporzionate. Oppure si appresta a un’autodefinizione più circostanziata. Si vedrà.

Franco Pecori

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5 febbraio 2021