The Brutalist
The Brutalist
Regia Brady Corbet 2024
Sceneggiatura Brady Corbet, Mona Fastvold
Fotografia Lol Crawley
Attori Adrien Brody, Felicity Jones, Guy Pearce, Joe Alwyn, Alessandro Nivola, Jonathan Hyde, Isaach de Bankolé, Raffey Cassidy, Ariane Labed, Stacy Martin, Emma Laird, Peter Polycarpou.
Premi Venezia 2024: Leone d’Argento, Golden Globe 2025 (Film drammatico).
Il bravo attore Brady Corbet (Misterious Skin, Funny Games, Giovani si diventa), dopo il buon esordio da regista con The Childhood of a Leader – L’infanzia di un capo (Venezia Orizzonti, 2015, Leone del Futuro) e dopo il meno convincente Vox Lux (Venezia 2018), vince col suo terzo tentativo il Golden Globe 2025, nella categoria film drammatico. Durata estesa, 215 minuti (con intervallo di 15), pellicola 70 millimetri.
Primi anni Cinquanta. Si può “architettare” una vita nuova e più giusta, dopo le attroci pene patite in situazioni infernali? Non sarà semplice per László Tóth (Adrien Brody), ebreo ungherese sopravvissuto all’Olocausto. Dopo un prologo infernale (1947) nel buio del campo di concentramento nazista, vediamo il protagonista arrivare ad Ellis Island, il centro di controllo a New York. La prima immagine è della Statua della Libertà (inquadrata dal regista a testa in giù). Tóth, architetto formatosi alla scuola Bauhaus di Walter Gropius (anni Venti-Trenta in Germania, zona Weimar), ha in mente la realizzazione del proprio concetto di architettura. Esibizione “brutale”, diretta, “a vista”, del cemento (béton brut) utilizzato nella costruzione. Brutalista è l’architetto che progetta e opera su tale linea creativa. Proprio nel ’50 Le Corbusier realizzava a Marsiglia L’Unité d’Habitation, costruzione all’insegna del béton brut. Toth è pronto a mettersi in gioco fino in fondo in nome del proprio progetto. E la società “nuova”, che in principio “benevolmente” lo accoglie, non mancherà di svelare le proprie problematicità, in un contesto dove il valore mercantile non passerà in secondo piano. Corbet si prende il giusto tempo per raccontare la ripresa di Tóth, non trascurando il contesto, la visione di una società in espansione e non priva di contraddizioni. Con l’aiuto iniziale del cugino Attila (Alessandro Nivola) – ma poi non saranno rose e fiori -, l’architetto ottiene l’incarico di ristrutturare una casa del ricco industriale Harrison Lee Van Buren (Guy Pearce, giusta interpretazione), il quale, colpito dall’impatto estetico e funzionale del progetto, aderirà poi al disegno più ampio, di un centro culturale e sociale, riguardante la comunità della zona. Arrivano i soldi, il night, la droga, il sesso: l’architetto László Tóth è l’uomo del momento. L’America lo ammira con apparente ingenuità, “inconsapevole” di quanto sia successo dall’altra parte del mondo. Ma il resto, l’integrazione nel nuovo contesto, sarà tutt’altro che facile. Il costo dei materiali e dell’impiego di personale farà poi da freno alla prosecuzione dei lavori, ma soprattutto emergeranno riserve “antropologiche”, politiche – l’ebraismo, la diversità, l’estraneità, fino all’ostilità dichiarata. L’architetto pensa di lasciare, col sole sul marmo di Carrara, una traccia di speranza, ma verrà il momento in cui – forse la sola “didascalia” del lungo racconto – László troverà vicinanza morale soltanto in uno dei lavoratori alla costruzione, l’afroamericano Gordon (Isaach de Bankolé). Il disagio, progressivamente più profondo, viene sottolineato con l’arrivo della moglie di László, Erzsébet (Felicity Jones), rimasta a lungo bloccata in Austria, insieme alla nipote Zsófia (Raffey Cassidy e, da adulta, Ariane Labed). Giornalista colta (ha studiato l’inglese a Oxford) e affermata, Erzsébet arriva ridotta in carrozzina. La sua nuova condizione drammatizza l’affetto e il pensiero, il sentimento e la visione critica, caricando di necessità psicofisica il fondamento teorico-pratico. Tóth pensa anche al marmo di Carrara e ai raggi del sole per imprimere un bisogno di speranza nell’ “architettura” di una società libera dal peso della materia. L’architetto non nasconde l’istanza ideale da cui muove l’ispirazione:”Nulla si spiega da sé. Di un cubo, c’è una descrizione migliore di quella della sua costruzione”. Ma Erzsébet non resiste: “Questo posto è marcio”. E se ne va in Israele. A 75 anni da The Fountainhead (La fonte meravigliosa, Gary Cooper protagonista), Corbet – ancora dal romanzo di And Rand – ha realizzato un film grande, senza cadere nel “filmone” di genere. Istanza critica e visione spettacolare della storia si armonizzano evitando la noia, non senza l’apporto decisivo dell’interpretazione magistrale di Adrien Brody. “Morbida” e intrisa di consapevole sentimento la fotografia di Lol Crawley.
Franco Pecori
23 Gennaio 2025