La complessità del senso
17 11 2019

The Irishman

The Irishman
Regia Martin Scorsese, 2019
Sceneggiatura Steven Zaillian
Fotografia Rodrigo Prieto
Attori Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Ray Romano, Bobby Cannavale, Joe Gallo, Anna Paquin, Stephen Graham, Stephanie Kurtzuba, Jack Huston, Kathrine Narducci, Jesse Plemons, Domenick Lombardozzi, Paul Herman, Gary Basaraba, Marin Ireland.

Da morti, farsi bruciare? Troppo definitivo, meglio una bella bara verde da seimila dollari e un loculo dove riposare. Non si sa mai. L’estrema scelta è di Frank Sheeran (Robert De Niro), “L’irlandese”. Il personaggio conserva fino alla fine una carica di ambiguità, di “ricchezza umana”, di sofferta e spietata ironia più che sufficiente per accogliere, noi spettatori, la consistenza morale di una biografia dai risvolti complessi. Il destino che attende fin dall’inizio il sindacalista americano Jimmy Hoffa (Al Pacino), nel quadro del dominio mafioso negli Usa tra i ’50 e i ’70, coinvolge Frank senza via di scampo. Tutto comincia con un carico su commissione mai arrivato a destinazione. Russell Bufalino (Joe Pesci), boss originario di Catania, intuisce le qualità di Frank, autotrasportatore che potrà essere utile. Viene in mente il reclutamento di Earl Stone in The Mule – Il corriere (Clint Estwood, 2018). Anche lì, una “fatalità” iniziale per un seguito drammatico e ironico, che spiegherà senza giustificarlo il destino del protagonista. Qui il quadro è più ampio, il racconto ha la forma di saga dal tono epico e il personaggio è di statura ben più grossa. Frank, ormai anziano sulla sedia a rotelle in una casa di riposo, ricorda per noi l’avventura malefica che lo ha portato dallo sbarco di Anzio ai delitti del crimine organizzato, fino al finale pensoso e moralistico (non è una parolaccia), quale potevamo aspettarcelo da un regista come Scorsese. A chi tocca tocca, i misfatti  in cui Frank si trova coinvolto sono difficili da evitare. Il conto spetta alla coscienza. Sono in ballo figure criminali dai nomi divenuti leggendari e fatti rimasti misteriosi nella storia, primo fra tutti la fine di Hoffa, il cui corpo non fu mai ritrovato. Non da meno è il ruolo di Bufalino, implacabile gestore di destini mafiosi, quello di Frank in particolare. De Niro ha la forza di assorbire nella sua maschera magistralmente contenuta tutto il dolore di una “cattiveria” consustanziata al contesto di un dominio che prende forza nel sistema, un quadro di problematiche insolvibili fuori dal perimetro della legge esclusiva che lo regola. Ma non sarà certo a colpire lo spettatore un tema come l’organizzazione criminale nell’America di quegli anni e il legame tra mafia e politica anche ad altissimo livello, fino al nome di Kennedy e fino al progetto di una “riconquista” di Cuba. Emerge piuttosto la maestria con cui Scorsese rivitalizza letteralmente il genere, con biglietti continui di andata e ritorno tra racconto soggettivo (voce di Frank fuori campo) e immagini, una costruzione delle sequenze in cui parola e iconologia costituiscono una sola materia narrativa, anche nei minimi dettagli. Si giustifica anche così il respiro lungo (209′) dell’opera, che vuole nella forma espressiva un peso equivalente alla scansione “documentaria” delle sequenze (i personaggi sono “etichettati” da cartelli con le relative sentenze dei tribunali). Non da poco il rilievo morale del “rifiuto” che viene dalla figlia di Frank (Anna Paquin), la quale fin da piccola non accetta le scelte del padre e non lo perdona. Tale struttura non procura perdite emotive.  Il merito è anche di tutto il cast, in cui spiccano i nomi di attori-giganti, in una splendida gara artistica. La doppia parte dei protagonisti, vecchi e ringiovaniti per la memoria narrativa, è opera di tecnologie computerizzate, curate da Netflix. [New York Film Festival 2019, film di Apertura. Festa del Film di Roma 2019, Selezione Ufficiale]

Franco Pecori

Print Friendly, PDF & Email

4 novembre 2019