La complessità del senso
28 06 2017

La macchinazione

film_lamacchinazioneLa macchinazione
Regia David Grieco, 2016
Sceneggiatura David Grieco, Guido Bulla
Fotografia Fabio Zamarion
Attori Massimo Ranieri, Libero De Rienzo, Matteo Taranto, François-Xavier Demaison, Milena Vukotic, Roberto Citran,  Tony Laudadio, Alessandro Sardelli, Paolo Bonacelli, Catrinel Marlon. Luca Bonfiglio, Marco D’Andrea, Carmelo Fresta, Carlo D’Onofrio, Massimiliano Pizzorusso, Pietro Ingravalle, Laura Pellicciai, Cristiano Pizzorusso, Gianluigi Fugaci, Fabio Gravina, Emidio Lavella, Guido Bulla,Livio Brandi, Giulia Lapertosa, Francesco D’Angelo.

«Non c’è più posto per me, in nessun posto», diceva Pier Paolo Pasolini, consapevole della scomoda diversità della propria persona, della figura culturale, sociale, politica che il contesto non solo italiano mal sopportava in quegli anni Settanta, quando il sogno del Sessantotto si andava trasformando nell’incubo degli anni di piombo. Proprio nel momento della Grande Avanzata del Pci (1975), Pasolini avvertiva che il suo comportamento e la visione critica e libera che l’artista e scrittore andava esprimendo nei film e negli interventi anche giornalistici evidenziavano un malessere profondo della società, non pronta ad accogliere aggiornamenti necessari e proiezioni realistiche. Famosa, una per tutte, l’osservazione riguardo alla nuova con-fusione della “piazza”, dove  i giovani di sinistra e di destra andavano componendo un insieme non più ben distinguibile all’occhio attento verso l’evoluzione dei tempi. Poteva sembrare poco più che una battuta, ma Pasolini andava elaborando una critica profonda, constatando come la società stesse piegando decisamente verso il consumismo, «una dittatura anche peggiore del fascismo». David Grieco, al secondo film dopo Evilenko (2004), passa dall’orrore del “Mostro di Rostov” (il cannibale che nell’Unione Sovietica degli anni ’80 violentò e divorò 50 bambine e bambini) all’ipotesi dell’uccisione di Pasolini come risultato di una macchinazione politica, frutto dell’intreccio perverso tra interessi sotterranei tipici del periodo. La Roma di Accattone (il film del 1961) è divenuta quella di Pino Pelosi e della banda della Magliana, l’Italia è quella di Eugenio Cefis e della P2. Il regista di Salò o le 120 Giornate di Sodoma ha finito appena di montare il girato e qualcuno ruba le “pizze” del negativo. L’appuntamento per riaverle è all’Idroscalo di Ostia, la notte tra il primo e il 2 novembre 1975. Rimarrà incompiuto anche il libro che Pasolini stava scrivendo, Petrolio, sull’Italia dei nuovi poteri. Non adeguatamente sostenuta da una recitazione a tratti scadente, dalla quale emerge una grave indecisione estetica – presa “diretta” e/o cinema, come l’avrebbe chiamato lo  stessoPasolini, “di poesia” -, la regia di Grieco sembra far troppo conto sulla sostanza del contenuto, finendo per tralasciare, o sottovalutare, i tempi delle riprese, il rapporto inquadratura-montaggio, producendo sequenze fiacche nella sospensione del senso (non diremmo semplicemente suspence). Ciò è specialmente evidente nella fase pre-finale e finale, quando la contiguità del genere thriller precipita in una variante debolmente “umanistica”. Purtroppo dobbiamo registrare un apporto appena sufficiente da parte di Massimo Ranieri, attore bravo più a teatro che davanti alla macchina da presa. La somiglianza fisica con il Pasolini vero non è bastata.

Franco Pecori

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24 marzo 2016