La complessità del senso
14 04 2021

The Midnight Sky

The Midnight Sky
Regia George Clooney, 2020
Sceneggiatura Mark L. Smith
Fotografia Martin Ruhe
Attori George Clooney, Felicity Jones, David Oyelowo, Caoilinn Springall, Kyle Chandler, Demián Bichir, Tiffany Boone,  Sophie Rundle, Ethan Peck, Tim Russ, Mirian Shor, Lilja Nótt Þórarinsdóttir, Hanna María Karlsdóttir, Atli Oskar Fjalarsson, Edan Hayhurst.

Mettiamo che prima o poi la Terra sia destinata a non essere più abitabile. George Clooney, al settimo film da regista, attinge al romanzo di Lily Brooks-Dalton (Good morning, midnight) e s’immedesima a suo modo nella problematica, prendendone a cuore il peso morale. È il febbraio del 2049, Clooney è nei panni di Augustine Lofthouse, astronomo anziano e malato terminale, il quale sceglie di restare da solo nell’Osservatorio Barbeau, al Circolo Polare Artico, a tentare di collegarsi con l’astronave Aether, partita anni fa, destinazione K23 – luna di Giove. A bordo, la specialista di missione Sully (Felicity Jones) – ma il suo nome cambierà nel finale -, è incinta del capitano Adewole. Con loro, Mitchell (Kyle Chandler), Sanchez (Demián Bichir) e Maya (Tiffany Boone) formano una squadra di prevedibile seppur sufficientemente articolata caratterizzazione. Vista una possibilità di vita su K23, l’equipaggio di Aether è ora sulla via del ritorno, senza sapere che nel frattempo il globo terraqueo è divenuto inospitale. Augustine cercherà di rintracciare Aether, senonché la comunicazione è interrotta. Siamo sul filo di un senso ultimativo, sospesi nella prospettiva di una nuova coscienza del vivere, con la speranza che si proietta verso il “fuori” e con un residuo di certezza etica, mentre la pratica si riduce al sacrificio. Quella di Clooney è una fantascienza priva di segni-giocattolo, povera di effetti speciali; assente ogni Supereroe, siamo immersi in un neorealismo spaziale esistenziale che ci lascia meditativi. Lo scenario non invita all’immaginazione fantastica, l’intensità è piuttosto generata dal rapporto umano e trasognato di Augustine col personaggio-sorpresa di Iris (Caoilinn Springall), misteriosa bambina di 7-8 anni, che il protagonista accetta come compagna di avventura. La sublime qualità della sua presenza (la piccola attrice è all’esordio), soprattutto nella fase di primo approccio, dà profondità alla figura stessa di Augustine, tanto che le sequenze avventurose, del viaggio sulla neve e attraverso la tormenta per raggiungere l’antenna più potente per il contatto con gli astronauti, possono prendere forma di fiaba senza intaccare la coerenza narrativa. In Clooney non v’è pretesa di “novità”, bensì immersione nel senso del tempo che si sta vivendo, con l’istanza profondamente umana, storica e non evasiva, la quale regge, senza complessi di originalità o peggio di innovazione, a possibili riferimenti al già visto: Gravity (2013), a patto che si noti la netta diversità del finale. Nel film di Alfonso Cuarón, al femminile è il ritorno/futuro sulla Terra, qui vanno verso K-23 una donna incinta di una bambina e il suo compagno. [su Netflix]

Franco Pecori

 

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23 dicembre 2020