La complessità del senso
15 11 2018

Mr. Long

Mr. Long
Regia Sabu, 2017
Sceneggiatura Sabu (Hiroyuki Tanaka)
Fotografia Koichi Furuya
Attori Chang Chen, Shô Aoyagi, Yiti Yao, Runyin Bai, Masashi Arifuku, Taro Suwa, Ritsuko Okusa, Shiiko Utagawa, Yusuke Fukuchi, Tetsuya Chiba, Yuki Mashita, Naoki Yamaaki.

Da Taiwan a Tokyo. Due scene di coltello violento raccolgono il film in una parentesi astratta, al contrario di quel che potrebbe sembrare a livello referenziale di genere. Mr. Long (Chang Chen) avrebbe tutta l’aria dell’eroe cineorientale, bravo a far danzare nella luce lame semimetafisiche ritualmente affermatesi nella rappresentazione sintetica di una civiltà millenaria propensa alla sublimazione rituale dell’aggressività. Senonché le due stragi fulminee, dirette e antibarocche, hanno una qualità estetica che apre verso un paradosso realistico, sottostante a tutto il corpo centrale del film. Long esce dalla malavita (spaccio e violenza per il predominio, al solito), fracassato improvvisamente da un urto insolito, e si trova vagolante in un mondo di scarto, intreccio disordinato di macerie residuali di una civiltà soffocata dalla proprie carenze. Il manichino di Long si muove lentamente, imbambolato e senza risorze, tuttavia non disperato: ogni piccolo particolare, ciascun oggetto minimo abbandonato dal vivere pratico può essergli utile per una ripresa ancora probabile. Siamo sull’altra faccia della luna, se soltanto pensiamo alla spada fulminea di Zatôichi (Takeshi Kitano, premiato per la regia a Venezia nel 2003). La fredda maschera d’indifferenza con cui Long gestisce il proprio comportamento fa del personaggio un manichino della simbiosi, la cui anima (una ve ne sarà, per forza) si fonde nel contesto, dietro a scelte misteriose quanto determinate, quanto “protette” da una probabilità incorreggibile, da una volontà non specificata. Long è anche cuoco, cucinava ravioli e tocchi di carne magistralmente nel ristorante del boss. Ma tutto può crollare nella malavita e tutto non ha importanza. Vagando nella selva oscura, il protagonista accetta di esservi: non solo per non morire, ché sembrerebbe quasi il male minore, ma – vogliamo leggere – per rispetto delle probabilità che il quadro gli mette a disposizione.  Stiamo a vedere – ci dice allusivo e muto -, state con me. E andiamo con lui alla deriva. La Deriva era, negli anni Sessanta, un modo di fare degli artisti più spericolati, non più dipingere o suonare o scolpire o recitare, non altro più che uscire e andare in giro, senza bussola, artisti/arte, sorprese viventi. Long è così, un’ultima missione fino a Tokyo finisce male nei sobborghi della metropoli, l’addome sanguina, nemmeno un sospiro. Tra le lamiere di baracche abbandonate, incontra un bambino. Nemmeno una parola, lingue mute lasciano il posto all’intuizione e al comportamento. Il piccolo Jun (Runyin Bai) vive lì con la madre Lily (Yiti Yao). Semidistrutta dalla dipendenza (in un flash ne vediamo la storia), la donna viene da Taiwan, sicché Jun capisce un po’ il cinese. Sul tema di “come nasce la vita” prende forma il nucleo, Long prepara ravioli e zuppe. Accorrono gli abitanti del villaggio della cui esistenza non c’eravamo accorti, il cibo ha successo. I noodles taiwanesi entusiasmano il vicinato. Tutti insieme costruiscono un carretto per una cucina ambulante. Sembra verismo, ma il tema, freddo, è contenuto tra le due parentesi. Long non si esprime. Quasi Cameraman/Keaton, è in scena e “vede” la scena, ne misura la distanza, ne lascia emergere le contraddizioni. Mentre cresce l’immagine progettuale di una possibile ri-esistenza anche affettiva, con Lily e con Jun perché no, ecco di nuovo la violenza distruttiva: cieca non conosce i motivi altri, egoistica non sopporta soluzioni mediate. Strage del carretto, sangue come condimento. Riemerge il film dal suo proprio cinema, viene voglia di andare in moviola. Il giapponese Sabu (Hiroyuki Tanaka, 1964), frequentatore della Berlinale (D.A.N.G.A.N. Runner 1996, Unlucky Monkey 1997, Monday 1999, The Blessing Bell 2002, Kanikosen 2009) si conferma con questo film in concorso a Berlino nel 2017 maestro di poesia tematica e visiva, nel controllato dominio delle emozioni, equilibrate nei giusti toni della fotografia e del montaggio non-emozionale.

Franco Pecori

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29 agosto 2018