La complessità del senso
18 12 2017

Django Unchained

Django Unchained
Regia Quentin Tarantino, 2012
Sceneggiatura Quentin Tarantino
Fotografia Robert Richardson
Attori Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Kerry Washington, Samuel L. Jackson, Zoe Bell, James Remar, Don Johnson, Franco Nero, Robert Carradine, Walton Goggins, Bruce Dern, James Russo, M.C. Gainey, Tom Savini, Michael Bacall, Dennis Christopher, Laura Cayouette, Tom Wopat, Rex Linn, Gary Grubbs, Lewis Smith.
Premi Oscar 2013, Quentin Tarantino sc. Christoph Waltz atnpr.

Quentin Tarantino ha detto che non saprebbe scegliere tra Sergio Leone e Sergio Corbucci. Forse nemmeno noi. E non oseremmo proporgli una scelta tra Antonioni e Fellini. Ma forse il regista, appassionato estimatore del “western spaghetti”, ha voluto scherzare, chi lo potrà sapere? E però sarebbe interessante se si potesse essere sicuri che dicesse sul serio. A vedere i suoi film, specialmente quest’ultimo Django, sembrerebbe proprio di sì. Infatti, l’amore per l’oggetto di partenza (il popolare film di Corbucci – 1965 – e tutto ciò che ne consegue, cioè la preferenza per il manierismo di second’ordine) si rivela “falso”, proprio di quel tanto ch’è dimostrato dall’impegno intellettuale necessario alla costruzione del “divertimento”, della comicità passando per il sarcasmo, per esempio. Si sa che il comico, non meno del drammatico e meno che mai al cinema, non scaturisce certo direttamente – come potrebbe? Vale per Chaplin e vale per Franchi-Ingrassia. Quanto alla “popolarità”, è categoria tutta da analizzare, benché spesso se ne faccia vanto più di un autore di successo – vogliamo dire un giocattolo da smontare e pieno di probabilissime sorprese. Il sospetto è che Tarantino sia un intellettuale sul serio, nonostante il popcorn abbia ormai fatto ingresso in sala perfino alla proiezione per giornalisti e critici del settore. Se n’è avvertito l’inconfondibile grunch-grunch proprio mentre Christoph Waltz faceva senza mezzi termini capire che il nome della negretta Broomhilda (Kerry Washington), non avrebbe mai potuto richiamare alla mente di Leonardo DiCaprio le gesta di una certa valchiria, né tantomeno di Brunilde, virtuosa e dotta figliola del re dei Visigoti, pace a l’anima loro (roba di 1500 anni fa). Serietà, dunque, però segnata da un ritardo, giacché un certo antirazzismo nel western ebbe a far capolino fin dagli ultimi fasti del marchio Ford (John), camminando con i Cheyenne lungo il Grande Sentiero nel 1964. Django, si dirà, non è un pellerossa. Già, c’è antirazzismo e antirazzismo. Visto da un nigger del Texas alle soglie della guerra (civile) di secessione (1861-1865), il problema della scarsa considerazione degli schiavi da parte dei padroni terrieri bianchi poteva avere, in effetti, qualche sfumatura violenta in più rispetto alle nostre perduranti (civili) discussioni “avanzate”. Quindi Tarantino ritiene di doverci tornare su con buone possibilità di consenso. Dal punto di vista estetico, però, il regista non vede il fondo dell’esagerazione e punta al bagno di sangue spettacolare. A Django è stata sottratta la moglie Broomhilda in una vendita si schiavi. Egli in catene ha la fortuna di incontrare il Dott. Schultz, aggirantesi per paesi e campagne texane alla caccia di assassini per ricavarne taglie. Libertà a Django se lo aiuterà nel mestiere. Due dei ricercati, in particolare, possono portarlo a ritrovare e liberare Broomhilda. La santa/perversa alleanza dei due si orna di facezie salottiere di cultura austro/tedesca e, insieme, di promettenti prestazioni anticipatrici del nigger “liberato”, compiaciuta l’adeguata struttura del prestante Jamie Foxx. Infine la “giusta vendetta” di Django (la D è muta) è una “legittima difesa” che si compie dopo un’attesa di due ore abbondanti, rispettando le esigenze di un pieno risarcimento dell’ovvietà, senza il minimo scrupolo di abbondanza, né di sputafuoco inesauribili, né di spruzzo rubicondo su volti e pareti, né di orripilanti sbranamenti dell’occhio (per occhio) insaporiti in speziale “giustizia” . Ma niente disgusto, l’autore sta scherzando. Non vedete che lo schiavo negro si appoggia con raffinato vantaggio alle arguzie del compare tedesco, cacciatore di taglie ma anche e forse soprattutto spirito ironico di neutralità egoistica e di letteraria condiscendenza? Ci sono momenti di grande drammaturgia, è vero, dovuti all’entrata in scena di Leonardo DiCaprio. La dolce Broomhilda è nella casa bianca di Calvin Candie, orribile/normale proprietario di Candyland, appunto l’attore che riscatta il congegno di figure e trasforma il set in un luogo di personaggi. Ma è una fase destinata a passare. Tarantino riprende in mano la situazione e riconsegna il dominio della scena allo “scatenamento” del western, in un West che nessuno vorrebbe rivivere, certo, e che piace molto sgranocchiando il popcorn.

Franco Pecori

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17 gennaio 2013